Domenica 18 aprile in casa Anatriello
racconto
di Aristide Casucci
In
ogni famiglia ordinata che si voglia prendere
ad esempio, invariabilmente, troviamo un cosiddetto
capo famiglia. è questa una caratteristica prevista
perfino dall’ordinamento anagrafico comunale.
Raramente però si verifica la coincidenza che
il capo famiglia possa esercitare quello che con
termine, giustamente dispregiativo, viene chiamato
comando.
Ad
ogni conto il nostro capo famiglia, che non fa
eccezione alla regola predetta, si chiama Espedito,
si Espedito Anatriello, fu Sossio, pensionato
comunale.
Durante
la sua lunga vita lavorativa ha ricoperto la qualifica
di usciere e poi di supplente di segreteria.
Il
nostro uomo appartiene senz’altro a quella razza
di buoni, licenziati nel 1926 dalla quinta elementare,
appunto, con la votazione di buono in tutte le
materie e, ovviamente, lodevole in religione.
Praticamente
nel municipio, che poi è quello del suo paese
natale, dei quaranta anni di servizio ne ha spesi
quindici fra le professioni di custode e bidello
dell’annessa scuola e ben venticinque presso l’ufficio
anagrafico.
L’anagrafe
è stata però la sua vera vocazione, munito di
una calligrafia da ufficiale di scrittura borbonico,
ha retto l’ufficio da solo per ben quattordici
anni durante i quali ogni sindaco prometteva,
senza esito e manco convinzione, l’avanzamento
a Capo Ufficio. Sogno mai realizzatosi forse a
causa dell’esiguo titolo di studio di Espedito;
ritenuto peraltro persona anche abbastanza colta
e con la rara capacità di ascoltare tutti senza
interrompere.
I
certificati che uscivano dal suo ufficio, i suoi
certificati, redatti a mano con tanto di svolazzi,
dopo l’apposizione del timbro, eseguita in un
modo perfetto, recavano però la firma del segretario
comunale che, secondo Anatriello, era competente
delle cose anagrafiche fino ad un certo punto.
Qualche
volta, durante i suoi momenti di rabbia, aveva
pensato di fargli firmare qualche sciocchezza,
ma poi non ne era mai stato capace.
Adesso,
senza aver potuto realizzare il sogno di essere
promosso a capo dell’anagrafe, malgrado che insieme
con la signora Scuotto, la levatrice, conoscesse
e ricordasse a memoria tutti i particolari di
ogni abitante, viene posto in quiescenza per raggiunti
limiti di età; lui che avrebbe voluto lavorare
almeno fino ad ottanta anni.
E’
in sostanza la terza volta che il nostro uomo
si trova a diretto scontro con la durezza della
vita. Espedito Anatriello , considerava pietre
miliari del suo cammino terreno le sue nozze,
il giorno che gli tolsero l’appendice e quello
del pensionamento. Alla conclusione, secondo lui,
manca soltanto quello della morte.
Invariabilmente,
in ognuna di queste occasioni egli reagisce con
la tecnica della risatina idiota. Infatti, normalmente,
nei confronti delle cose che non gli aggradano
aggiusta le labbra ad una risatina per metà seria
e per l’altra, di indecifrabile qualità.
Naturalmente
la famiglia Anatriello annovera anche una moglie
e due figli. Parliamo della signora Anatriello,
Maria del Principio, nata Scardapezza.
Era
costei una trentacinquenne avviata solinga sulla
strada senza ritorno dello zitellaggio, fra le
cocenti e sospirose lacrime della mamma, signora
Felicia Spampinato, vedova Scardapezza.
Però,
in un giorno benedetto dal Signore ella andò a
richiedere un certificato al comune, tornandovi
con stampato sul viso un sorriso surrealista che
durò circa una settimana, tanto da impensierire
la mamma che, sgomenta, chiese l’intervento di
comari, conoscenti, benefattrici ed autorità varie
per cercare di levarglielo.
Niente,
nemmeno un fiato si poté cavare dalla “rapita
in estasi” fino alla Domenica successiva quando
ella, durante la Messa, in un momento di inaudito
coraggio, chiese la mano di Espedito, direttamente
a lui non nascondendogli che, oramai, era l’ultima
speranza che le rimaneva.
Il
poverino cominciò a ridere e lei quasi se l’ebbe
a male, non conoscendo il valore della risata;
alla fine però uscirono dalla quella chiesa fidanzati
in modo tale che, il tempo per preparare i documenti
matrimoniali sembrava esagerato ad ambedue.
Il
giorno del matrimonio, allorché il prete fece
le domande di rito, Espedito si distrasse un momento
e non fu lesto a dire il suo si, non è che non
volesse dirlo, fu soltanto una incolpevole e lieve
distrazione. Quando la sposa se ne rese conto,
si trattò dello stesso tempo che impiega l’autista
dietro di te quando il semaforo scatta al verde,
con una ben assetata gomitata lo ricondusse velocemente
alla realtà fra le risate benevole degli invitati.
Maria
del Principio o meglio Principio, come veniva
intesa in paese, avrete capito che era una donna
decisa, una di quelle che asserisce con le mogli
degli altri che, nella sua casa, comanda il marito,
mentre non lo pensa neppure, impalmò l’innocente
Espedito nel fiore dei suoi quarant’anni, tirando
fuori, come coniglio dal cappello, una solida
esperienza nel campo matrimoniale, insegnamento
prezioso di mammà.
Espedito
lasciò fare tutto a lei ed alla provvida natura,
correva come un pazzo solo per andare a chiamare
donna Nannina Scuotto, la levatrice, quando giungeva il momento. Casa, lavoro
e vita di paese ispirata al più ortodosso conformismo,
beninteso sotto l’occhio vigile dell’inflessibile
moglie.
Dovendo
parlare adesso della prole, premetteremo che nulla
divide i due coniugi, mai un litigio mai una diversità
di vedute. Il buon Espedito faceva sempre tutto
quello che stabiliva la moglie, anche perché capì
subito che sarebbe stato, quantomeno, arduo tenere
testa alla sua decisa compagna.
Al
decimo mese dalle nozze in una notte di acqua
senza fine, dove si inzuppò fino alle ossa, divenne
padre di un bel maschietto. Allora non esisteva
l’esame ecografico e per dare il nome ad un neonato,
bisognava aspettare di conoscerne il sesso, salvo
a non fare congetture paesane come quelle sulla
forma della pancia.
In
verità i due non avevano fatto alcuna ipotesi
in forza dei seguenti ragionamenti: lei era sicura
di disporre da sola, trattavasi di suo figlio.
Lui nemmeno si sarebbe aspettato che la moglie
contava di non rispettare la normalità dell’usanza.
Espedito,
come seppe che era maschio, pensò pertanto, nella
sua testa semplice che fosse nato Sossio Anatriello,
figlio suo e nipote di suo padre; lo pensò per
la forza, quasi legale, della consuetudine con
la quale, per secoli, venivano onorati i genitori,
mai sospettando che Principio non fosse d’accordo
sul nome. Ed infatti non lo era.
-
Io? A mio figlio, un nome così? Mai -!
Urlò
ella con un volume di voce nei confronti del quale
quello emesso durante le doglie del recente parto
impallidiva.
Il
povero neo padre rimase talmente frastornato che
non seppe sul momento cosa fare.
Con
la moglie sarebbe stato inutile insistere, col
padre non poteva sfogarsi perché il poverino era
morto anni addietro e non avrebbe potuto dire
la sua. Con la madre, manco poteva. A stento quella
santa donna si salutava con la moglie.
Passò
la mano con la sua solita mansuetudine. Il figlio
fu chiamato Romualdo, nome strano tratto dalla
signora Scardapezza in Anatriello, da qualcuna
delle sue rare letture di stampo epico - medievale.
Non
successe nulla se si vuole tralasciare il particolare
che la suocera, vedova inconsolabile dell’innocente
Sossio Anatriello fu espedito, decise irrevocabilmente
di togliere anche lo stentoreo saluto alla nuora
la quale, naturalmente, non se ne adontò per niente.
Il
tormento del povero Espedito divenne totale quando
gli toccò di registrare quel suo tesoro, dal nome
orribile, fra i nati della “sua” anagrafe, per
giunta con il sorriso sulle labbra.
Romualdo
cresceva a vista d’occhio, la prima parola che
disse fu naturalmente mamma, la seconda fu cacca,
Espedito deluso non aspettò la terza che, in ogni
modo, non fu diretta a lui.
Compiuti
i quattro anni dalla prima nascita, la sua signora
reputò giunto il momento di regalargli una sorellina
e, benché il marito, vista la supremazia incontrastata
della consorte sulla prole, ne avrebbe fatto volentieri
a meno, concepì.
Si
potrebbe dire quasi senza la collaborazione del
consorte che visse tutta la gravidanza con la
paura di avere una femmina. Naturalmente dopo
la solita corsa in un’altra terribile notte alla
ricerca della levatrice, indaffarata con un altro
parto, nacque la figlia.
Espedito
cadde nell’angoscia più nera. questa volta non
avrebbe saputo cosa dire alla mamma che, apertamente,
lo accusava di non aver alcuna voce in capitolo
nei parti della propria moglie e che, per questo
motivo, non si era fatta viva al capezzale della
puerpera, in attesa di come finisse la questione.
Facendo, secondo il figlio, anche bene.
Era
una storia ingarbugliata per cui le sue esigue
forze erano chiaramente insufficienti. Ci voleva
ben altro con quell’osso duro della moglie che
la sorte gli aveva riservato.
Studia
che ti studia, Espedito decise che era giunta
l’ora di chiedere aiuto ad una forza esterna e
possibilmente influente, meglio se “ecclesiastica”.
Pensò
al parroco mai poi decise che questi era un “buono”
e sicuramente la sua signora lo avrebbe fatto
a pezzi. Gli parve magnifica l’idea di rivolgersi
ad una cugina della moglie, suora delle Orsoline,
del convento di Pescofiorito.
Sei
fermate di treno a vapore in una sgangherata terza
classe di quelle carrozze tipo Far West, l’odore
pungente di due provole mature, una signora incinta
seduta nello stesso scompartimento che per poco
non sveniva per il profumo del formaggio, insieme
alla confusione per tutte le bugie che aveva dovuto
inventare con la moglie per varcare i confini
del paese, furono una dura prova per lui che professava
la religione della quiete, di cui era uno stretto
osservante.
Come
il Signore volle, nel parlatorio, spiegò a suora
Pia, al secolo Concezione Di Martino, il suo tormento
e la pregò di intercedere presso la moglie affinché
almeno la figlia portasse il nome della madre
che, con tanta pena e da vedova, lo aveva allevato
senza fargli mancare nulla. La suora a mano a
mano che veniva aggiornata torceva il muso.
Di
fronte però alla pena evidente del marito di sua
cugina, ben sapendo a ciò che si esponeva, promise
di venire a fare visita alla puerpera la successiva
domenica.
Riconoscente
Espedito non si stancava di ringraziare ed indietreggiando
nell’uscire dal portone del convento si dimenticò
dei tre scalini, anzi scaloni. La conseguente
rovinosa quanto goffa caduta ferì’, oltre a suo
amor proprio la giacca, già abbastanza provata
dalla tirchieria della moglie.
Uno
dei gomiti lisi e lucidi si spappolò nell’impatto
con le pietre del selciato.
Il
buon Espedito per tutto il viaggio di ritorno
non fece altro che pensare ad una scusa plausibile,
ma non ne trovò.
- Da solo non valgo una cicca... -
pensava avvilito;
tutte le scuse per il viaggio dell’andata gliele
aveva fabbricate don Nicola Percuoco, il custode
del palazzo municipale, suo unico confidente accreditato.
Intanto
nessuna parola, in merito alla figlia ed al nome
che dovessero mettergli, aveva prudentemente scambiato
con Principio. Egli faceva di tutto per accontentarla,
le portò perfino una rosa, rubacchiata nel cortile
della scuola.
Ottenne
solo che la moglie, sospettosa per natura, si
ponesse su una difensiva.
Stava
costei nel letto per prescrizione della levatrice
e sembrava proprio averne bisogno a causa del
lungo travaglio, quando Espedito, con falsa meraviglia,
le annunciò la visita della cugina.
Una
potente molla scattò istantaneamente in casa Anatriello,
la signora schizzò dal letto come se avesse subito
una seduta di elettroshock. Le era tutto chiaro,
le volevano forzarle la mano.
-
Mai! - Esclamò,- tutti i nomi ma Concezione mai!
Non
per la Madonna che godeva del suo rispetto assoluto
ma quel nome le ricordava una schiera di persone
invise. La suocera, la maestra di scuola che le
dava bacchettate sulle mani, la moglie del tabacchino
che in un giorno non lontano le aveva predetto
che non si sarebbe sposata mai, la perpetua del
parroco, acida bigotta, che si radeva la barba
ed una spropositata serie di conoscenti, ognuna
con un difetto grave.
Romualdo
alle grida della mamma cominciò a frignare, la
suora sbigottita ricordò subito con chi aveva
da fare e maledisse il momento in cui aveva accettato
l’incarico.
Espedito
riuscì ad aprire solo la bocca nell’intento di
far valere i suoi diritti di padre, di marito
e di figlio unico, senza articolare un solo verbo.
In
un deliquio, apparente e ben studiato, della sua
signora, fu da questa accusato di frequentare
la cantina dove beveva e giocava a carte. Infatti
solo nella cantina, per colpa di qualche sgangherato
tavolo, aveva potuto strapparsi il gomito della
giacca nuova, rivoltatagli da don Ernesto il sarto
l’anno prima.
La
neonata fu chiamata Ermelinda e ci volle l’autorità
tutta della signora Imbriani, maestra di scuola,
per far capire alla madre che Durlindana, nome
che voleva imporre alla figlia, significasse tutt’altra
cosa.
Da
quel momento il signor Espedito Anatriello abdicò
per sempre al suo ruolo di capo famiglia anzi,
nel registro degli stati di famiglia del suo ufficio,
con una penna rossa, segnò un tratto sulla qualifica
che riguardava la sua persona, impegnando le sue
residue risorse solo nel lavoro dove , per unanime
convinzione, era considerato molto più che in
famiglia...
Così
erano trascorsi quarant’anni. Se qualcuno avesse
seguito i passi fatti dall’uomo per recarsi ogni
giorno al municipio, ed avesse segnato le orme
dei piedi si
sarebbe accorto che egli aveva calpestato il selciato
nel medesimo posto per tutta la vita.
In
sostanza di quaranta anni di lavoro ne aveva trascorsi
venti sotto l’egemonia della mamma ed altrettanti
sotto quella della moglie. Una cosa non si era
mai spiegato: come mai sua madre non si era opposta
al matrimonio. Ma già, quella quando doveva fare
la unica cosa buona della vita, s’era persa l’occasione.
Domenica,
18 aprile 1986, Espedito Anatriello compie 60
anni. Il giorno prima lo hanno posto in quiescenza
con la solita festicciola, il discorso del segretario,
incaricato dal sindaco del commiato, un pasticcino
velenoso ed il regalo naturalmente.
Il
famoso orologio atto a misurare il tempo lungo
e felice della pensione che, invece, avrebbe misurato
un tempo forse lungo, ma certamente non felice.
La
signora Anatriello aveva già da qualche tempo
diffidato il marito a trovarsi una occupazione,
anche gratuita, in modo tale che, almeno mezza
giornata, stesse fuori dai piedi, ma il suo avvertimento
non aveva avuto seguito.
E’
una mattina dal colore azzurro pallido, il sole
è renitente e non ancora ha deciso cosa fare.
Espedito poltrisce a letto non tanto per il piacere
di poltrire, ma per evitare che la moglie, divenuta
col tempo sempre più autoritaria ed acida, gli
comandi di fare qualcosa pur di togliersi dalle
scatole.
Pensa
ai suoi figli, Romualdo di diciannove anni e Linda,
meno male che la bambina, di quasi sedici anni,
alcuni anni prima, aveva impedito alla madre di
chiamarla con tutto il suo nome schifosissimo.
L’episodio
che può essere considerato uno dei pochi piaceri
della sterile vita del neo pensionato, merita
un racconto.
In
breve un giorno sua figlia, di ritorno dalla scuola,
aveva promulgato: - Da oggi io mi chiamo Linda
e se non mi chiamate così, non rispondo a nessuno.
Decisamente, sembrava aver preso tutto da sua
madre. Invero quest’ultima aveva fatto qualche
obiezione ma la figlia decisa aveva aggiunto:
-
Da domani non vado più a scuola se non vi adeguate!
-
In quell’occasione la moglie si rivolse naturalmente
a lui e, schizzando veleno disse: - tu consenti
a tua figlia di prendere delle iniziative e di
rispondere male anche a me?
Espedito,
che non credeva alle sue orecchie, balbettando
a più non posso, rispose che, forse, sarebbe stato
meglio chiamare la portiera, donn’Assunta Pappalardo,
per farle ascoltare pubblicamente, prendere nota
e diffondere la notizia che Linda era diventata
da quell’istante anche figlia sua.
Altrettanto
velenosamente chiamò la figlia Linda anziché coll’orribile
nome imposto alla ragazza, suo malgrado.
Assorto
nel ricordo di quel momento, quasi non si accorge
che la moglie si è avvicinata al lettone con in
mano la solita tazzina domenicale dal noto tintinnio
del cucchiaino.
- Madonna santa – pensa il poverino:
- quasi me ne ero dimenticato -.
Apre poi lentamente le palpebre scoprendo
due occhi fra i più lugubri di cui fosse stato
capace in quaranta anni.
Quella
del caffè è una vecchia storia. Durante la vita
lavorativa, ogni mattina dei giorni feriali si
alzava per primo e preparava il caffè per tutta
la famiglia, lo preparava con estrema attenzione
e, diciamo la verità, gli riusciva bene.
La
Domenica invece, fin dai primi giorni di convivenza
con la moglie, il caffè lo preparava Principio.
Era un supplizio, proprio un triste risveglio,
anche nella rara ipotesi che fosse stato buono,
per lui faceva invariabilmente pietà, per l’orzo
che quella strega gli metteva dentro.
Espedito,
nel suo letto di dolore, viene assalito da una
terrificante quanto giustificata paura:
- vuoi vedere che questa adesso pretende
di farmi il caffè ogni mattina? - E come faccio?
Si
interroga disperato non trovando risposta. Decide
quindi che l’indomani si sarebbe alzato per tempo
come se dovesse andare al lavoro, tanto per non
creare equivoci.
Scende
dal letto disgustato dalla terribile bevanda senza
proferire parola. La sua faccia però è così eloquente
che la moglie, la quale ha sempre supposto che
il suo caffè non piaccia al consorte, lo guarda
di traverso apostrofandolo acida:
- se il mio caffè non ti piace, fattelo
da te!
Espedito
senza neppure voltarsi risponde:
-
appunto -, nel modo più caustico che gli riesce.
Decisamente
è una giornata diversa, la prima della nuova situazione;
pur se è Domenica risente già del successivo lunedì
quando lui non sarebbe dovuto andare al lavoro.
Ha
un senso di smarrimento, cosa avrebbe fatto domani?
Come sarebbero passate le ore ? Egli sa di non
conoscere nemmeno l’ombra di un passatempo, non
sa fare nulla, solo i certificati e le altre scartoffie
comunali.
Prende
allora una decisione immediata ed irrevocabile.
Pone
i piedi per terra
alla ricerca delle pantofole che, naturalmente,
non stanno più al loro posto, Principio già ha
spalancato la finestra e tolto tutto ciò che stava
sul pavimento.
-
Sono proprio uno sconfitto- pensa; in vent’anni
di convivenza non ho mai trovato il coraggio di
dirle che la domenica mattina avrei preferito
poltrire un poco nel letto e che l’imp-rovvisa
luce prodotta dal repentino spalancarsi delle
imposte mi uccide.
Camminando
sui talloni raggiunge la porta della camera e
sparisce nella cucina dopo aver imboccate a volo
le pantofole che oziavano nel corridoio. E’ diretto
sul balcone per la solita annaffiata ai gerani.
Ha appena riempito il piccolo innaffiatoio di
plastica e si accinge a versare il suo contenuto,
quando la voce querula di Principio rompe l’incantesimo
:
-
Come al solito hai buttato l’acqua in terra -
!
-
Ecco, ci siamo - pensa lui.
Veramente
a quella ormai ventennale asserzione, provocata
dal suo innaffiare i gerani, non aveva mai dato
eccessivo conto, anzi non si era mai curato di
accertare se veramente versava dell’acqua sul
pavimento.
- Ma da questa mattina sarà diverso - si risponde soddisfatto.
- Tutto da ora in poi sarà diverso -
pensa prima un momento e poi ribatte un acido:
-
ebbene, accompagnato da un gesto del braccio come
a dire:
-
lì c’è lo strofinaccio! - .
Principio rimane interdetta, ha sentito
bene. Guarda lungamente il marito con aria interrogativa
pensando che probabilmente gli ha dato di volta
il cervello.
Il
marito invece sorride e la guarda col l’innaffiatoio
nella mano incurante se l’affare colorato sta
continuando il suo pianto sul pavimento.
-
Si - conclude ella -, deve proprio avergli dato
di volta il cervello -.
Ognuno
dei due, a quel punto, tralascia per immedesimarsi
nelle proprie faccende per un po’, egli ozia per
la cucina per poi rinchiudersi nel bagno.
Percorre
il corridoio con le suole delle pantofole ancora
bagnate, lei lo tallona e starnazza a più non
posso. In altri tempi egli avrebbe fatto un salto
ad ogni grido; ma da quella mattina decide che,
ad ogni lamentela futura, avrebbe risposto con
un sorrisino fra l’ebete ed il noncurante.
E’
appena uscito dal bagno che la moglie lo interpella
con la solita sicumera:
-
cosa dici lo buttiamo questo pezzo di carta unto
e bisunto con il suo lurido spago -?
Espedito
ha un tuffo al cuore. Era vero dalla mattina successiva
non avrebbe avuto più bisogno della colazione
che era abituato a consumare in modo frugale verso
le dieci nel chiuso del suo ufficio.
Egli,
si deve sapere, era solito da tempo immemorabile,
avvolgere ogni mattina un pezzetto di pane con
qualche companatico, a volte oleoso, sempre nella
stessa carta e naturalmente legava il pacchettino
con uno stesso pezzetto di spago. Ciò fino a quando
la carta e lo spago reggevano.
Era
per lui un rito che aveva termine al ritorno,
allorché riportava la carta e lo spago riponendoli
in cucina sempre al medesimo posto, pronti per
servirsene il giorno dopo.
Espedito
senza rispondere si avvicina alla moglie e gli
toglie la carta, la considera un attimo assieme
al suo spago e mestamente si avvicina alla pattumiera
ove ripone il tutto con una delicatezza studiata
e sofferta. Lei lo guarda come a studiarlo.
Il
giorno festivo si inoltra tranquillamente in casa
Anatriello. Espedito già pronto per andare in
chiesa si trattiene pigramente seduto al tavolo
da pranzo.
Sua
moglie ha già chiamato i ragazzi che poltrivano
oltre ogni decenza
manifestando, come al solito, uno scarsissimo
interesse per gli affari giornalieri della famiglia
e continua a sfaccendare recriminando contro Linda
che, a suo dire, non l’aiuta abbastanza nelle
faccende domestiche.
-
Tua figlia non
mi sta mai a sentire e tu, naturalmente, non le
dici nulla -! Sbottò improvvisamente.
Espedito
alza lo sguardo e vede la figliola avanzare in
cucina stropicciandosi gli occhi da poco aperti.
Insospettatamente
con tono perentorio le dice:
-
oggi è la festa di Santo Sossio, patrono del nostro
paese: prima della Messa passa dalla casa della
nonna per salutarla e ricordale che in questa
giornata si festeggiava l’onomastico di tuo nonno,
mio padre.
Un
silenzio di tomba cade in casa Anatriello, Principio
non crede alle proprie orecchie, il marito mai
ha usato per il passato quel tono deciso, non
si fa capace. Invero sta per intervenire, ma qualcosa
trattiene le sue parole, rimane interdetta con
la bocca aperta.
Nello
stesso istante entra in cucina Romualdo, venti
anni, meccanico di motociclette, da poco ha aperto
alla periferia del paese, nella casa colonica
del nonno una mezza officina.
Il
padre lo guarda in tralice e gli dice: - bada
che ho dato la mia parola al maresciallo dei carabinieri
che tu non truccherai più ciclomotori - e la parola
di Espedito Anatriello fu Sossio da oggi in poi
va rispettata.
Romualdo
cerca di barcamenarsi alla meno peggio ma promette,
poi gli viene a mente una cosa che già da qualche
giorno gli frulla nel cervello. - Pà’, nella vecchia
casa ho trovato antichi documenti. Perché io non
mi chiamo Sossio come il nonno? Tu ti chiami Espedito
come il padre di tuo padre?
La
domanda, diretta, semplice e ovvia fa cadere un
silenzio sepolcrale, marito e moglie si guardano
appena, ella, per prima, apre la bocca per parlare
ma lui alza la mano con uno sguardo che non ammette
repliche; un silenzio gravido di interrogativi
pervade tutti.
La
ragazza, a sua volta, incalza: - E’ vero anche
io non porto il nome della nonna, perché?
-
Ragazzi - esordisce il padre, - si è vero
io e vostra madre abbiamo voluto interrompere
una tradizione secolare senza motivo. Veramente
abbiamo dato ascolto ad alcune ventate di modernismo
non suffragate da nessuna necessità reale e non
ci siamo nemmeno accorti di avere, col nostro
comportamento egoista, arrecato dolore ai nostri
genitori.
In
sostanza voglio dire che ci siamo dimenticati
che se noi due, io e vostra madre esistiamo ed
abbiamo pertanto potuto donarvi la vita, è per
merito dei “vecchi“.
Espedito
si volge verso la moglie e per la prima volta
durante la loro vita in comune vede il colore
delle lacrime della consorte. Rimane in pensiero
per un momento ed aggiunge: - da domani sono in
pensione e con me sarà in pensione anche vostra
madre che è casalinga. Saremo più buoni -.
-
Andiamo adesso, altrimenti perdiamo la Messa e...
...ricordatevi sempre di quanto si è detto oggi,
Domenica 18 aprile, in modo che quando sarà il
vostro turno, possiate non fare errori -.Si avvicina
alla moglie e ponendole un braccio sulla spalla
conclude: - A noi due non ce lo aveva detto mai
nessuno.
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