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Ignazio Perlongo (Naso, 5 Luglio 1666 – Vienna,
1737) è stato un magistrato e politico italiano.
La vita e l'opera
É uno di quei siciliani di cui si è del tutto persa
la memoria, vissuto in un passato lontano e nemmeno
una strada di periferia a tramandarne il nome,
eccezion fatta per la piazza antistante la sua
casa di nascita a Naso.
Eppure è lui che per la prima volta progetta e
in tutti i modi si adopera per ritagliare un ruolo
da protagonista alla Sicilia, in quello che oggi
si chiama l’Euromediterraneo.
Fuori dagli stereotipi e dalle convenzionalità storiche
dell’epoca, Perlongo non esita a schierarsi a
fianco della monarchia nel suo eterno braccio
di ferro contro i baroni; difende le prerogative
del Regno contro la pretesa papale di considerare
l’isola un feudo della Chiesa. É un magistrato,
ha il senso dello Stato, non ha clientele da tenere
in piedi, è un burocrate come l’isola non ne ha
mai prodotti e - soprattutto - sa guardare lontano
alla ricerca di un continuo miglioramento economico
della Sicilia, approfittando - talvolta - delle
opportunità offerte dalla storia
Nel 1718, quando comincia la breve dominazione austriaca
dell’isola, Perlongo è un avvocato del Tribunale
del Real Patrimonio. Nel settembre del 1720 arriva
dalla corte di Vienna la richiesta di informazioni
sulla struttura economica sull’isola e Perlongo
scrive una Relazione sul commercio in Sicilia
che lo fa diventare l’interlocutore principale
del governo austriaco: viene nominato Presidente
del Tribunale del Real Patrimonio e i bilanci
cominciano a presentare un saldo in attivo, a
riprova di com’era possibile già allora bonificare
la finanza pubblica. Allo stesso tempo non smette
di pensare a come migliorare l’attività agricola
e manifatturiera in Sicilia, e il Tribunale diventa
centro propulsivo per numerosi progetti redatti
da un ristretto gruppo di funzionari decisi a
portare avanti la politica del governo.
Nel 1722 il presidente Perlongo viene chiamato a Vienna
da Carlo VI e, nominato Conte, occupa la carica
di Reggente per la Sicilia nel Supremo Consiglio
di Spagna. Nel 1726, per conto dell'Imperatore,
è chiamato a regolare il primo censimento dello
stato di Milano e dopo poco tempo, insieme ad
Eugenio di Savoia, riceve l’onore di esser nominato
membro del Consiglio Aulico di Stato e Guerra.
Nel 1736 viene designato Governatore di Mantova,
carica che non riuscirà a ricoprire a causa della
morte avvenuta pochi mesi dopo, nel 1737, a 71
anni. Dall’anno del suo approdo alla corte imperiale,
Perlongo non rivedrà più la Sicilia.
Da Vienna è costretto a vedere come i nuovi ministri
patrimoniali intralciano la politica del governo
centrale. Seppur Perlongo riesca ad influenzare
le decisioni politiche economiche del sovrano
verso i territori italiani, la Sicilia sembra
essergli sfuggita di mano. La mancanza di soldi,
le voci di guerra e quindi il bisogno di tenere
efficienti le fortificazioni, portano il governo
a cercare di rastrellare denaro in tutti i modi:
si vendono le cariche, i titoli, i diritti. Non
è più tempo di progetti per il futuro e la Sicilia
torna alla sua occupazione preferita: rimpiangere
la grandezza passata.
Il pensiero
Il magistrato capì che l’isola doveva commerciare
con l’Africa, per la prima volta dopo secoli la
Sicilia si trova coinvolta nella costituzione
di una nuova area commerciale con circuiti alternativi
a quelli convenzionali i cui poli erano l’Adriatico
e Ostenda. Perlongo capisce che per l’economia
siciliana si tratta di un’opportunità da cogliere
al volo, altrimenti quello che già gli appare
come un sottosviluppo si sarebbe sempre più consolidato.
Presenta dei correttivi da applicare subito, praticamente
in tutti i campi. Per cominciare bisogna recuperare
la produzione dello zucchero di canna, abbandonata
di fronte alla concorrenza dello zucchero brasiliano:
al punto che l’isola era diventata consumatrice
di un prodotto importato, mentre gli operai delle
numerose fabbriche erano rimasti “impigriti nell’ozio
e nella povertà”. Rimettere in piedi le “bellissime
fabbriche dei zuccheri nostrali”, doveva nell’immediato
servire a non comprare zucchero americano, pensando
poi ad esportare un prodotto che restava di qualità
migliore di quello brasiliano.
Perlongo dedica grande attenzione al commercio del
grano, ma è istintivamente nemico delle monoculture;
suggerisce all’imperatore Carlo VI di obbligare
i borghesi a destinare alla coltivazione del lino
almeno la ventesima parte dei loro fondi, introducendo
al contempo la coltivazione della vite e dell’ulivo.
Per il presidente Perlongo il risanamento dell’economia
del Regno passa attraverso la liberazione dal
secolare dominio esercitato dai mercanti genovesi,
veneziani e stranieri in genere. Propone la creazione
di una marina mercantile e la costituzione di
una nuova figura costituzionale, il Magistrato
del commercio, che dalle sue sedi di Palermo e
Messina, possa coordinare tutte le attività economiche
dell’isola.
Al Magistrato, formato da “due negozianti di buona
mente” di cui uno straniero, si sarebbero affiancate
due “compagnie di negozio” formate con capitale
misto, dall’Imperatore e da “persone nobili e
cospicue” del Regno. La prima compagnia doveva
avere sede ad Ostenda, la seconda far capo ai
portofranchi di Fiume e Trieste. Fra loro avrebbero
diviso la “privativa” di tutto il traffico commerciale.
Perlongo non dimentica di sottolineare il ruolo
prioritario che la Sicilia poteva svolgere nei
rapporti con l’Africa, per secoli ostacolato dalla
pirateria e da “superstiziose considerazioni”
che impedivano di trafficare con i paesi non cattolici:
col risultato che la Sicilia comprava i prodotti
africani nei porti di Livorno e Venezia, a prezzo
maggiorato. Perlongo è un uomo che precorre i
tempi, ha ben chiaro che limitandosi a vendere
materie prime o parzialmente lavorate la bilancia
commerciale sarebbe rimasta eternamente in rosso.
Tanto più che aveva spesso osservato come le stesse
materie prime esportate dalla Sicilia venivano
lavorate all’estero e poi ricomprate nell’isola
a un prezzo molto più alto. Così avveniva ad esempio
con la seta: venduta grezza, tornava sotto forma
di drappi lavorati in Francia o anche a Genova,
Lucca, Firenze e acquistati a caro prezzo per
“render soddisfatta la cupidigia del lusso”.
Suggerisce di far venire drappieri e tessitori, dalla
Francia o anche solo da Milano. Famiglie di artigiani
fiamminghi potevano insegnare alle siciliane i
segreti dei merletti di Fiandra, in poco tempo
gli artigiani siciliani avrebbero potuto imparare
ogni lavorazione e finalmente uscire dalla forzata
povertà. Nel progetto di Perlongo l’avvio delle
manifatture siciliane era protetto da dazi che
scoraggiavano l’acquisto dei prodotti esteri.
Al contempo la produzione siciliana doveva puntare
sulla qualità, indirizzandosi a quelle che oggi
si definirebbero “nicchie di mercato”.
Per lo zucchero, ad esempio, scrive che viene consumato
dai nobili: tutta gente danarosa che ben poco
avrebbe sofferto per un rincaro dei prezzi, il
cui lieve danno sarebbe stato ampiamente compensato
dal “bene pubblico del regno”. Lo sviluppo delle
manifatture avrebbe, infatti, comportato lavoro
per tutti, dando il via ad un benessere generalizzato
e coincidente con la ricchezza dello stato.
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Ringraziamenti
Si ringrazia la dr.ssa Daniela Ferrari dell'Archivio
di Stato del Comune di Mantova, la dr.ssa Maria
Barbara Bertini dell'Archivio di Stato di Milano,
il responsabile ufficio ricerche dell'Archivio
di Stato di Palermo, il dr. Calogero Calcenaro
dell'Archivio Storico del Comune di Naso, la dr.ssa
Annamaria Corradini della Fondazione Piccolo di
Calanovella, la dr.ssa Laura Bruschetini dell'Istituto
Internazionale di Storia Economica "F. Datini",
il prof. Giuseppe Casarrubea, Gianluca Perlongo
e lo scrittore Giuseppe Firrincieli.
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