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Come
nasconderci che a volte i ricordi ci assalgono
con l'urgenza del pensiero? O, magari, quella
del pianto… E come negare che tale urgenza, e
necessità, sembra dominare sin nel profondo (in
ogni accento e singola parola) l'intero tessuto
letterario di "Il
calabrone ha smesso
di volare", ossia l'ultima silloge di
Gaetano Perlongo? Un poeta che ha nel dolore,
egli stesso lo dichiara, un fontanile segreto
e lancinante, sempre capace di erogare versi severi,
i quali (fustigando i difetti morali dell'Italia
contemporanea e in odore di globalizzazione) si
rivelano (come d'altronde qualsiasi monito od
ultimatum) perennemente e tormentosamente sospesi
tra sfiducia incondizionata nell'uomo ed esortazione
alla salvezza, alla redenzione, alla speranza.
E forse il dolore più grande dell'autore è la
paura nostalgica che il passato non ritorni (quel
passato, tutt'oggi recente, munito ancora di una
sinistra all'erta e in grado di arginare con sagacia
i vizi capitali, nonché capitalistici, della società
nostrana). E dinanzi alla minaccia assidua, persino
usuraia!, che il presente continui senza cuore
(e politici leali) anche nel futuro, i versi di
Perlongo si ammantano immediati di una rabbia
sognante che, ben lungi dal condannarsi entro
i limiti immobili della rassegnazione, pronuncia
con foga (lasciandosi guidare dal puntiglio dell'amore
e dall'agilità del coraggio) legittimi rimproveri,
ammirati e militanti, alle colpe (liriche, ma
gravi) di una sinistra disarticolata, che distraendosi
a rincorrere sui muri i valori della passione,
manifesta sincerità, dimostra purezza. Certo:
doti ammirevoli, che però (disorganizzate e talmente
scoordinate come sono nel proprio calore d'onestà)
non possono competere affatto con la sistematica
progettualità dell'ipocrisia, morbo che nel mondo
attuale sta (pian piano) razionalmente conquistando
porzioni sempre più larghe di anime e di menti.
Dunque l'ipocrisia come cancro principe dell'umanità?
Come nuova lupa, da sostituire a quella dantesca?
Ma se il fedele di Beatrice, per schermarsi dalle
radiazioni penetranti della cupidigia, chiedeva
aiuto a Virgilio, i maestri che Perlongo chiama
a raccolta (affinché gli ispirino un antidoto
da opporre all'ipocrisia) sono invece Hermann
Hesse, Jorge Luis Borges, Bertrand Russell, Anise
Koltz, Danilo Dolci. Personaggi illustri che il
poeta (imitando quasi Ungaretti, che un tempo
ricordava in fila i fiumi-guida della sua esistenza)
enumera con affetto. E ai quali, "stremato da
fatica e lotta", confessa con amore e con prontezza
di sentimenti (attraversata dal mistico pudore
dell'umiltà): "Non so più volare… ". È così? Dobbiamo
credergli? Forse no, io ritengo. Dal momento che,
almeno da ciò che racconta e descrive nei suoi
componimenti, il calabrone ha smesso di volare,
solo per concedersi un attimo di respiro, durante
il quale riflettere (nell'intimità del riposo)
sui ricordi, ogni tanto scorsoi, del passato.
E che tuttavia, se rivisti alla luce del pensiero
(e di un sentimento che ama davvero la vita, cioè
perdutamente e non sperdutamente), possono librare
nel cielo bianco delle pagine e dei fogli, versi
energici (a tratti suadenti), abili a donarci
un'intensa sicurezza: il calabrone (inteso come
poeta, come filosofo, come saggio: come Gaetano
Perlongo) ritornerà a dispiegare le sue piccole
ali. All'apparenza insufficienti e sgraziate,
ma in realtà forti ed eterne (o meglio pazienti)
come quelle dell'albatro o di Baudelaire.
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