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contenuto
L'"estratto di Metessi" è una sintesi eloquente
della produzione poetica di Gaetano Perlongo,
e come tale rappresenta, credo, la faccia più
autentica ed esemplificativa con la quale il poeta
ama presentarsi al suo eventuale prossimo, al
suo eventuale lettore.
Da questo "estratto" è quindi possibile partire
per esprimere alcune brevi considerazioni, certo
provvisorie e non esaustive, su quello che sembra
essere l'approccio complessivo di questo autore
alla sua ars poetica, che ovviamente andrebbe
analizzata in altra sede, e con altro tempo a
disposizione, e soprattutto, per poter avere tutti
i crismi di una maggiore attendibilità, su un
campione di testi certamente più vasto.
Comunque, dalla scelta proposta emerge una vocazione
più che altro "metapoetica", per l'attitudine
a sollecitare nel lettore riflessioni interne
alla poesia e all'identità del poeta in quanto
tale, anche laddove una più esibita tensione civile,
o una enigmatica presenza di religiosità laicale
che sarebbe stimolante approfondire in altro luogo,
spostano la materia verso contesti non propriamente
metaletterari, ai quali però, quasi mai, sembra
essere estranea una ricerca sul valore e la dignità
dell'ispirazione poetica. Nei versi di Perlongo
infatti, non vi è alcuna soluzione di continuità
tra motivi civili, correlati a soluzioni quasi
cronachistiche, per quanto conseguite tramite
un linguaggio di tradizione lirica che non cede
certo a lemmi o sintassi da notiziario, e l'indagine
sugli strumenti e sulla funzione della poesia.
Proprio le opzioni linguistiche operate nell'"estratto"
evidenziano una sostanziale univocità di vocazione,
in quanto, attraverso la capacità di amalgamare,
da un lato, alcune "forzature" espressive che
tendono a "provare" le possibilità di un codice,
pur sempre, come dicevo, senza sbrigativi allontanamenti
dalla tradizione lirica, e d'altro lato, l'uso
di un registro deliberatamente "obsoleto", in
un andamento che è al tempo stesso provocazione
e rimando, che trasfigura alcune formule letterarie
sfibrate e remote, e che si pone come un "ritmo
di distorsione non poetica", il poeta si costruisce
come tale, si pone come presenza, si connota,
anche nella sua finalità sociale, come coscienza
critica, con la volontà di concorrere a "demistificare",
per usare un termine di provenienza adorniana,
le manipolazioni ideologiche della realtà prodotte
dalla società contemporanea, con il dovere di
aiutarci a cogliere le implicazioni più profonde
di tale realtà, proprio in virtù della poesia,
irriducibile alla pura razionalità che sembra
informare di sé l'esistente; con il dovere di
"resistere", proprio per mezzo della poesia, alla
koinè imposta dai mezzi di comunicazione di massa:
nozione, questa, del resto già utilizzata da Orengo
per esporre alcuni aspetti della poetica di Giudici.
Vi è in Perlongo una continuità tra pulsione civile
e pulsione metapoetica, che rimanda, per certi
versi, all'idea di lingua come unica sede, così
come ha osservato Cherchi sempre riguardo all'opera
di Giudici, o sede privilegiata, in cui il poeta
oggi possa fare politica, in quanto la lingua
è il corpo stesso della nazione, e in quanto i
metodi di condizionamento delle coscienze si attuano
nella società soprattutto attraverso la lingua.
Ma a prescindere, e oltre, la connotazione civile
rispondente alla necessità di una comprensione
profonda della realtà, la poesia si pone per Perlongo
come corrispondenza, senza contraffazioni o travestimenti,
tra uomo e poeta, in una poetica della poesia
come «uomo nudo», appunto, che sembra
modellata sull'idea quasimodiana di una poetica
che sostituisce l'uomo alla parola, non già come
«poeta puro» ma come «poeta
nudo», e che intende la poesia come etica.
Ma tale "nudità" del poeta non assume mai il carattere
della modestia, e mai si mostra con gli abiti
dimessi di un dettato prosastico o "impoetico";
anzi, al contrario, il poeta si giova della propria
"nudità", spesso assimilabile al candore e al
desiderio di condivisione, per sollevare e "assolutizzare"
il proprio ruolo.
Nei versi di Perlongo, parallelamente all'afflato
etico di cui dicevamo, a volte forse intersecandosi
con esso, e a dispetto dello strumento più usato,
la rete appunto, agisce una chiara volontà di
ricostruire l'aura della poesia, cioè quel
significato misterioso e "sacro", che, come vuole
Benjamin, il carattere espositivo assunto da ogni
forma artistica nell'epoca della riproducibilità
tecnica e di massa, ha definitivamente tolto all'arte,
e dunque anche alla poesia. Da quest'opera di
ricostruzione dell'aura deriva l'intenzione,
che trapela dall'"estratto", di rendere la poesia
una manifestazione elevata e impegnativa, connessa,
come è stato notato, ad una realtà vissuta attraverso
la contemplazione e la riflessione, ma vissuta
anche, e non in misura minore, attraverso una
forma attiva, l'aura appunto, che possa
essere in grado di agire, in qualche modo, nell'ambito
di tale realtà.
La stessa "licantropia" di Perlongo, sorta di
trasformazione dell'uomo in poeta, che tende a
privarlo dell'anonimia e dell'immoralità, con
le prevedibili implicazioni narcisistiche collegate,
risponde al sotteso piano di ricostruzione dell'aura.
Questa scelta prevede, a livello linguistico,
il sostanziale scarto di quegli elementi ordinari
e referenziali che attengono all'esercizio informativo,
e l'adozione, invece, di elementi dotati di un'idoneità
simbolica, ovviamente anche nei casi, come si
è detto, in cui Perlongo fa uso di un registro
deliberatamente "obsoleto"; elementi in grado
di sorreggere un contenuto di qualità emozionale,
intuitiva, espressiva, complessa, ripudiando così
per se stesso, ma per il poeta in generale, anche
con tale scelta formale, la condizione di uomo
medio, e rifiutando implicitamente ogni ridimensionamento
del valore della poesia, intesa al contrario come
poesia "alta".
Insomma Perlongo supera con convinzione l'attributo
di "insopportabilità" che il Montale "minore",
nella sua ultima fase, quella della destituzione
del sublime poetico, riferiva alla qualifica di
poeta, e lo fa con la medesima fede che
il poeta ligure esprimeva, contestualmente a quell'approccio
"antisublime", nei confronti della forza della
poesia, accordandogli entrambi, alla poesia, intendo,
forse semplicemente in quanto poeti, la capacità
di essere a pieno titolo espressione degli uomini
del proprio tempo.
link
l'estratto
di "Metessi" (doc - 71,5 KB).
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