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l'opera
Noi trentini Alex Zanotelli lo conosciamo bene.
Partecipiamo alle sue celebrazioni liturgiche,
lo ascoltiamo nelle assemblee, lo leggiamo sulla
stampa. Ne conosciamo la storia di missionario
comboniano, da Livo, in Val di Non, dove nasce,
alla prima missione in Sudan, alla direzione di
Nigrizia, agli anni di Korogocho in Nigeria,
all’impegno nel movimento pacifista e new global.
La biografia di Mario Lancisi, giornalista del
Tirreno, è un altro pugno sferrato nello
stomaco a noi, occidentali pasciuti. Al nostro
"stile di vita", responsabile delle ingiustizie
e delle guerre che si accumulano nel mondo di
oggi. Scorrendo le pagine cresce il nostro senso
di colpa.
Il merito, e il coraggio, di Zanotelli è quello
di indicare nei nostri consumi, nei nostri "diritti",
i responsabili della fame dei poveri del Terzo
Mondo. Non sono solo le multinazionali e i loro
profitti, gli Usa, il Wto, il Fondo monetario,
la Banca mondiale, lontani, malvagi capri espiatori,
a provocare l’ingiusto divario fra poveri e ricchi,
ma proprio il nostro "stile di vita": come mangiamo
e ci vestiamo, come ci muoviamo e ci divertiamo.
Quanto viviamo e ci istruiamo. A tutti è richiesto
un radicale "non ci sto" ad un sistema - dice
- "che ci sta portando inesorabilmente verso
la morte". Se l’80% della popolazione, oggi
esclusa, pretendesse di vivere come noi, il destino
del pianeta sarebbe segnato.
Le domande si aggrovigliano dentro di noi, ammirati
dalla testimonianza di vita, inarrivabile, di
padre Alex, e che con lui, con la sua passione,
simpatizziamo. Per la pace esponiamo la bandiera
al balcone, manifestiamo per le strade della città,
interveniamo all’assemblea, leggiamo buoni libri
e buoni giornali. Ci opponiamo alla globalizzazione
neoliberista comperando i prodotti del commercio
equo e solidale, e boicottando la Nestlè. Per
risparmiare petrolio usiamo pochissimo l’auto,
e non ci riforniamo di benzina alla Esso. Ci sforziamo
di non sprecare acqua, né l’energia elettrica.
Finanziamo, con la Rete Radiè Resch, i progetti
di sviluppo nei paesi del Terzo Mondo. Ascoltiamo
attenti le parole di Franco Masserdotti, vescovo
nel Nordest del Brasile. Votiamo naturalmente
a sinistra. E protestiamo quando sui giornali
leggiamo di quei trentini che, indignati, attaccano
Alex perchè fa politica, da comunista addirittura.
La biografia, però, accresce non solo il nostro
senso di colpa, ma anche di impotenza. Questo
Zanotelli non lo vorrebbe, mi dico. E’ "il peccato
più grave", afferma lui stesso E allora cerco,
mi interrogo, e scopro ciò che da lui mi divide,
quella parte di pensiero che è di dissenso. Ma
che è anche quella che mi permette di camminargli
al fianco, dialetticamente, guardando verso lo
stesso orizzonte.
Viola, la bambina bianca della Brianza, ha davanti
a sé ottant’anni di vita, un’istruzione fino alla
laurea. Njeri, nata nella baracca di Korogocho,
vivrà quarant’anni, e morirà analfabeta.
Se riuscissimo oggi, subito, a costringere la
Banca mondiale a rinunciare alla sua politica
neoliberista, se fossimo capaci di rinunciare
da oggi, subito, ai simboli della Nike, di MTV,
della Coca Cola, quanti anni ci vorrebbero, mi
domando, per recuperare il ritardo fra Njeri e
Viola? Sono due storie diverse, lunghe, secolari,
che sono incorporate nella speranza di vita, e
di istruzione, delle due bambine, e le ha distanziate.
Ci vorrà perciò una storia lunga, di impegno,
a ridurre, soltanto, quella distanza. Mentre,
con voce ancora troppo fioca, si alza la denuncia,
io avverto che della pesantezza della storia non
potremo mai liberarci. E’ "cosa penultima", la
storia. I poveri li avremo sempre fra noi. La
violenza, il terrorismo, la guerra, non li sradicheremo
in modo definitivo.
Non voglio che questo mio storicismo appaia rassegnazione,
giustificazione dello stato di cose presenti.
Ma non possiamo cancellare la storia.
Ecco, quando padre Zanotelli alza la voce, anche
in questo libro, io sento mancare la storia, il
suo senso, la sua contraddizione, il suo limite.
Viola può rinunciare, nel nome di Njeri, perché
le vuol bene, alle Nike, alla Coca Cola, ma potrebbe
rinunciare alla sua lunga speranza di vita, e
di istruzione? Sarebbe giusto, è possibile? E
non sta proprio nel suo sapere, di bambina italiana
ed europea, la presa di coscienza che per il bene
di Njeri è doveroso combattere la Nike e la Coca
Cola? Ma la scuola lunga, e buona, assorbe risorse,
quell’83% consumato dal 20% della popolazione
del mondo, di cui Viola fa parte, innocente.
La storia non è uno scontro fra bene e male, assoluti.
E’ stato difficile prendere atto, per me, che
è fallita, nel XX secolo, quello del comunismo,
la possibilità di delineare una prospettiva finale,
un futuro riconciliato, senza contraddizioni.
O è questo un cedimento?
Che cosa significa, storicamente, ridurre il divario?
Il divario, noi, Viola, l’abbiamo trovato. Un
giovane americano di oggi ha trovato gli Usa già
costituiti in superpotenza: è stato il XX secolo,
le sue guerre mondiali (che gli Usa, oltre tutto,
non hanno voluto) a renderli tali. Al vincolo
di essere ricchi, e potenti, non possiamo sottrarci
con uno scatto d’orgoglio. Nessuna innovazione
tecnologica può essere, subito, a disposizione
di tutti.
A sentire padre Zanotelli la giustizia sarebbe
a portata di mano, se lo volessimo, se non fossimo
così ingordi, egoisti, cattivi. Leghisti, berlusconiani.
Di sinistra, ma imbelli. Cristiani, ma dimentichi
del messaggio evangelico.
Rinunciare, nella storia, alla ricerca dell’assoluto,
alle istanze dell’adempimento e della riconciliazione,
non è però rinunciare, è agire con il senso del
limite. E’ il senso del limite che mi permette
di agire, di rialzarmi dopo ogni sconfitta, di
sentirmi insoddisfatto dopo ogni (parziale) successo.
Quali catene, quindi, mi domando, potrebbero essere
spezzate, se lo volessimo? Quale tratto di strada
potremmo percorrere? Quando Gesù rimprovera i
discepoli contrariati perché Maria di Betania
gli sparge il profumo sul capo, con quel "i
poveri li avrete sempre con voi", non intendeva,
credo, rassegnarsi alla povertà, quasi che, hegelianamente,
sia razionale tutto ciò che è reale.
Dove
trovare le energie e gli strumenti per il cambiamento
possibile? Il ricco Occidente è un "paradiso"
desiderato dagli esclusi. Poi diventa l’Impero
prefigurato dall’Apocalisse, il libro della Bibbia
più amato da Zanotelli: dominio, sfruttamento,
violenza esercitati sul Sud escluso dal banchetto.
E’ così, dobbiamo riconoscerlo. Ma l’Occidente
ha anche elaborato il concetto di ‘diritti umani’:
come faremmo, altrimenti, a sentire ingiusta la
sorte di Njeri, la bambina di Korogocho? A scandalizzarci,
noi, in Occidente, per la mortalità infantile?
Ma poi, è veramente un paradiso questo pasciuto
Occidente? E’ stata la solitudine, l’assenza di
comunità, a portare al suicidio Alex Langer, racconta
Lancisi in pagine toccanti.
L’Occidente ha anche elaborato il concetto e la
pratica della ‘politica’. Alex Zanotelli oscilla
fra la richiesta di una "politica di giustizia"
e il pessimismo sulla politica, perché "la
politica soggiace all’economia". Il pessimismo
è acre sugli strumenti che la storia ha elaborato.
Ai partiti dice, sospettoso, "state lontani",
è la società civile che deve riorganizzarsi in
"movimento", "lasciando fuori i partiti, che
rischiano di rovinare tutto".
Eppure anche i partiti politici, all’origine,
erano organizzazioni di uomini, "reti", che cercavano
voti su programmi per produrre politiche pubbliche,
per la cittadinanza. Se oggi prevale in essi la
fredda "macchina", il deserto, io provo compassione,
come per la solitudine dell’uomo occidentale.
E’ nostro questo deserto. Ma è una macchina anche
il PT che ha eletto Lula Presidente in Brasile?
Sì, risponde già qualcuno che parla di tradimento.
Io non penso così: le cose, a un vecchio insegnante
di storia, appaiono più complesse.
Io penso che sia necessaria una politica sovranazionale
per contrastare i processi economici globali che
stanno avanzando: all’UE, all’ONU io guardo con
attenzione critica. E’ soprattutto l’invito, rivolto
ai movimenti e ai partiti, a "stare reciprocamente
lontani" che mi lascia perplesso. In un Consiglio
Circoscrizionale, su su fino al Parlamento, c’è
ancora qualcuno che si interroga sui problemi
del mondo. Starci può essere addirittura meno
gratificante che stare nella Rete di Lilliput.
Chi vuol provare ad attraversare questo deserto,
va sostenuto, non sbeffeggiato.
Come possono i movimenti "contaminare" la politica
dei partiti se non li affrontano con insistenza,
anche quando questi non capiscono, e rispondono
con sufficienza e ostilità? Dal dialogo aspro,
come quello raccontato nel libro fra Zanotelli,
D’Alema, Fassino, Veltroni, ognuno ha sempre da
imparare qualcosa. Dove possono i partiti respirare
l’aria dell’utopia, e insegnare i sentieri della
mediazione, se vengono tenuti lontani?
Forse è la parola "potere" che fa problema. Il
potere è, nel Vangelo, strutturalmente malvagio,
è la "tentazione". Anche i movimenti dal
potere rifuggono, lo dichiarano con orgoglio.
Io ho provato, nella mia vita, a stare nei movimenti
e nei partiti, senza garanzia di successo. Il
potere può essere giudicato, e rifiutato, dalla
prospettiva dell’eterno e dell’assoluto, immaginando
scomparso ogni dominio. Ma il potere può essere
giudicato anche in nome di un altro potere, più
umano, sempre più umano, da costruire faticosamente
fra gli uomini. Come, oggi, in assenza di un potere
diverso, immaginare di prevenire la prossima guerra,
il collasso ecologico, l’uso malefico della scienza?
Gesù ha detto ai cristiani "non siete del mondo",
ma anche "siete nel mondo". Da insegnante
di storia ho raccontato più volte ai ragazzi il
Novecento, il "secolo delle tenebre", dei gulag
e della Shoah. Gli anni della guerra fredda, dell’equilibrio
del terrore, sono stati terribili. Ma la guerra,
quella nucleare che poteva scoppiare, non è scoppiata.
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