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L'idea
di scrivere quest'articolo risale a diversi mesi
fa. Ho iniziato a scriverlo nella città potente,
la Città del Cairo. Ho continuato a scriverlo
a luglio nell'alta, antica, romantica Sana'a;
capitale del magico Yemen, il paese delle mille
e una notte; il paese dove, perdendomi nei poveri
vicoli di Zabid, con la casa che fu di Pasolini
o nelle rosse strade cinesi di Aden, davanti al
portone di un altro grande che si chiamò Arthur
Rimbaud, inesorabilmente più vivo sentivo Nazim.
Ho finito di scrivere questo modesto articolo
nella mia Palermo, dopo più di tre mesi. Forse
non è stato un lavoro continuativo, è vero. Ma
è stato senz'altro, e continua ad essere, un amore
di sottofondo. Per Hikmet e leggendo Hikmet io
provo una specie di sindrome di Stendhal, come
solo si può leggendo Shakespeare, o Borges, o
il grande Neruda. Lo trovo troppo vicino a me
ed in lui, troppo ritrovo il sogno di me. Probabilmente
questo non è il modo corretto nè culturalmente
onesto per scrivere su di lui, ma contro questo
poco posso, se non rinunciare; e rinunciare non
voglio. Nazim; Nazim Hikmet… e l'eco dice: "Storia",
e: "Mondo" e, insieme: "Amore", e infine, sempre:
"Pathos". "Non ci si può saziare del mondo, Melimet.
Non ci si può saziare mai" diceva semplicemente
Nazim… Ed Hikmet cantava. Era il 1902 e mentre
scoppiava l'insurrezione macedone, contro l'impero
ottomano (insurrezione che finirà solo nel 1914);
mentre Ibn Sa´ud prendeva il controllo del Nedj
ed iniziava la sua conquista dell'Arabia (1902-1925)
e mentre nasceva il patto navale anglo-giapponese,
nella turca Salonicco nasceva anche Nazim… Nazim
Hikmet, figlio di Hikmet bey ed Aiscé Jelilé,
la più bella donna di Turchia, si diceva. Come
molti anni di molti tempi; erano anni agitati,
ed anni di fuoco arrivavano… Negli Stati Uniti
si vietava l'immigrazione asiatica. Enrico Caruso
incideva le sue arie per grammofono, intanto il
grande Joseph Conrad pubblicava Cuore di Tenebra;
e Conan Doyle, Il Mastino di Baskerville. Nel
frattempo, Hikmet padre era il capo dell'ufficio
stampa del governo giovane-turco di Talat bey
(governatore di varie provincie sotto il sultano
Abdulhamit) mentre il nonno di Nazim, scriveva
poesia in lingua ottomana ed il nonno materno,
Enver pascià, usciva dall'accademia di Samur per
poi comandare la piazza di Salonicco e diventare
il maestro e il mentore addirittura di Mustafa
Kemal; il futuro Kemal Atatürk, il "padre dei
turchi". Era una famiglia importante quella in
cui il piccolo Nazim viveva e cresceva. La poesia
era parte della vita dei suoi genitori, così come
dei suoi nonni. Nel 1915 scrisse la sua prima
poesia, ispirata da un incendio che molto lo aveva
colpito. Nazim aveva solo tredici anni. La seconda
poesia vide la luce nel 1916; ed intanto la Grande
Guerra infuriava. Lo zio di Nazim cadeva durante
la "Battaglia dei Dardanelli" (febbraio 1915 -
gennaio 1916) quando le forze franco-britanniche
sconfiggevano l'Impero ottomano ed il giovane
Hikemt iniziava a maturare e a far proprio un
forte senso politico e soprattutto patriottico
che si acuirà con l'avanzata russa a Erzurum,
nel febbraio del 1916. Mancava poco ormai e, infatti,
con l'armistizio dell'11 novembre 1918 e la fine
della Prima Guerra Mondiale, con mezzo mondo devastato,
l'impero ottomano crollava; e crollava alla grande,
con immenso fragore; ed immensa gioia del turco
Nazim, il giovane Nazim. Adesso non vi erano più
usurpatori, e non più invasori balcanici in Turchia.
Adesso questa poteva di nuovo essere del suo vero
popolo; il popolo turco. Fu così che, a neppure
diciannove anni, nello stesso anno in cui Riza
Khan Pahlavi si impadroniva del potere in Iran
per farsi poi proclamare re dei re (shah-in-shah).
Mentre Lenin abbandonava il comunismo di guerra
ed avviava la Nuova Politica Economica, la NEP
(marzo). Mentre iniziava la guerra del Rif (1921-1926)
e mentre l'Irlanda si divideva in Ulster e Stato
Libero dell'Irlanda del sud. Mentre accadeva tutto
ciò e molto di più, ed ignorando molto di ciò
che la fuori accadeva, Nazim Hikmet fuggiva dall'Accademia
Navale di Salonicco (era l'insurrezione dei marinai
di Kronstadt) e si recava in Anatolia, dove il
potere ottomano aveva costretto i turchi (considerati
esseri inferiori) a ritirarsi, in fuga e senza
diritti. Ora l'Anatolia era in piena rivolta,
decisa a liberarsi definitivamente del giogo oppressore
di ciò che fu l'usurpatore impero ottomano. Scriveva
allora il già grande Nazim: "A diciotto anni passai
in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte.
Lottava con I suoi cavali magri, con le sue armi
preistoriche, in mezzo alla sua fame ed alle sue
cimici, contro l'esercito greco sostenuto da inglesi
e francesi. Ero tutto stupito, ebbi paura, lo
amai, lo adorai. E compresi che bisognava scrivere
tutto ciò in un altro modo". Conobbe a fondo Mustafa
Kemal, che guidava la rivolta e lo mandò a insegnare,
in villaggi sperduti fra le artistiche rocce d'Anatolia,
come si scrivesse e come si leggesse. In poco
tempo, il giovane Hikmet divenne il poeta della
Nuova Turchia. Nel villagio di Balu, dove lavorava
come maestro elementare, Nazim conobbe dei profughi
tedeschi che gli illustrano il movimento spartaschista.
È già il '20 ma solo ora inizia a leggere le opere
di Karl Marx ed ancora ignora i fatti russi della
Rivoluzione d'Ottobre e l'ascesa del bolscevimo.
Marx però lo ammalia, lo affascina e lo incanta;
Nazim riflette e si rende conto che esistono forse
soluzioni a quei problemi che il movimento kemalista
non solo non risolve ma dei quali questo sembra
neppure preoccuparsi. Si accorge anche di quanto
intimamente anticomunista ed antisovietico sia
la sua guida Kemal Atatürk, che rende ermetica
la frontiera con l'Unione Sovietica e impedisce
la costruzione di strade in Anatolia per evitare
comunicazioni fra Turchia e URSS. Inizia la persecuzione
dei kemalisti nei confronti dei comunisti, che
vengono messi fuori legge e si arriva all'assassinio
del leader del partito comunista turco, Mustafa
Sufi, d'ispirazione spartachista. Hikmet rivede
la ferocia ottomana e la fine di un'illusione.
Lo specchio era in pezzi, il sogno di libertà
era ormai infranto e Nazim ne prende atto vedendone
i mille cocci; scrive le "Quindici ferite" ed
esilia in Russia mentre comincia anch'egli ad
essere perseguitato da Atatürk. In URSS, Nazim
si iscrive all'Università Comunista dei Lavoratori
d'Oriente (la KUTV) e per lui inizia una nuova
vita poetica… "Era necessario, a quanto pare,
che io passassi per l'Unione Sovietica. Era la
fine del 1921. Fui mille volte più stupito, e
sentii un amore ed un'ammirazione cento volte
più forti, perchè avevo scoperto, in quel 1921-22,
una carestia cento volte più terribile, e delle
cimici cento volte più feroci, ed una lotta contro
tutto un mondo cento volte più potente, ed una
immensa speranza, un'immensa gioia di vivere,
di creare; ho scoperto tutta una nuova umanità.
Ed iniziai finalmente a scrivere in modo nuovo".
Ma com'è la poesia di Nazim Hikmet? Spesso la
sua sembra essere la poesia della semplicità;
la si vede, come fosse un quandro. "La poesia"
diceva Hikmet "è un normale e naturale mezzo di
comunicazione fra gli uomini. Detesto le celle
delle prigioni; ma detesto anche le celle dell'arte.
E la poesia deve essere utile. A un popolo, come
a una sola persona". La poesia di Hikmet. Poesia
semplice, naturale, non costruita ma creata; e
partorita. Rientra in Turchia nel 1924 ma è costretto
a farlo da clandestino. Ormai Atatürk lo vuole
morto "È il più grande poeta di tutta la nostra
Grande Turchia. Peccato, che sia un avversario
politico" diceva. A Smirne, per continuare la
sua opera di informazione, Hikmet organizza una
tipografia, ovviamente anche quella, clandestina.
L'anno seguente è costretto a fuggire ancora in
URSS ma tornerà nuovamente in Turchia nel 1929;
questa volta però verrà scoperto catturato e condannato
a sette mesi di carcere; questa volta solo sette
mesi, perche il padre dei turchi lo ammirava ed
ammirava la sua famiglia ma in futuro tornerà
in carcere ancora per ben tre volte. L'ultima
carcerazione di Hikmet durò tredici anni, e solo
grazie al forte dissenso dell'opinione pubblica
internazionale contro la condanna a ben trentotto
anni di carcere. Ripensando a quei giorni, in
una conferenza sulla sua poesia, e rinfrescandosi
con un bicchiere d'acqua Hikmet disse "Mi piace
bere l'acqua fredda così, tutta d'un fiato, perchè
è uno dei desideri che ho sofferto di più in carcere.
Mi da la certezza, un bicchiere d'acqua bevuto
così, di essere realmente libero". E così che
tutta la vita di Hikmet fu legata al carcere ed
alla tortura della libertà negata e in più a quella
tortura ulteriore che era l'esilio, la lontananza
dalla sua terra che amava, come amava il suo popolo.
E da lontano, dalla piccola e bellissima Praga,
invocava; nuovo e sperduto Faust: "Busso alla
porta. Voglio anch'io il mio contratto col diavolo
l'ho firmato col sangue anch'io. Non voglio né
oro né sapienza ne gioventù. La nostalgia m'ha
troppo ferito, basta! Che mi porti per un'ora
a Istanbul! Io busso, busso ancora. Ma la porta
non s'apre più. È un desiderio impossibile, Mefistofele?
O la mia anima a pezzi non vale la spesa?". Furono
anni duri. Ed Hikmet scriveva, sopravviveva, soffriva.
Ed il suo cuore diceva nel 1952: "Non è un cuore,
per Dio, / è un sandalo di pelle di bufalo che
cammina, / incessantemente, cammina / senza lacerarsi
/ va avanti su sentieri pietrosi. // Una barca
passa davanti a Varna / "Ohilà, figli d'argento
del Mar Nero!". // Una barca scivola verso il
Bosforo; / Nazim dolcemente carezza la barca /
e si brucia le mani". Furono anni duri, e furono
anni tristi. Per più di dieci anni, dieci lunghissimi
anni, Nazim non potè rivedere la sua compagna,
il suo amore Munevver, né suo figlio Melimet;
che neppure vide nascere, impegnato com'era a
fuggire per salvarsi la vita. Era lontano, ma
i suoi amori lo attesero, anche loro soffrendo,
ostaggi del governo turco per dieci anni fino
ad una provvidenziale fuga. Nelle lettere alla
sua forte donna, ed alla sua Munevver Hikmet scrisse
sempre; dal carcere così come dall'esilio. Il
forte Nazim scrisse:
Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo
col sale / come se alzandomi la notte bruciando
di febbre bevessi l'acqua / con le labbra sul
rubinetto / Ti amo come guardo il pesante sacco
della posta / non so cosa contenga e da chi /
pieno di gioia pieno di sospetto agitato / Ti
amo come se sorvolassi il mare per la prima volta
in aereo / Ti amo come qualcosa che si muove in
me quando il crepuscolo scende su Instambul poco
a poco / Ti amo come se dicessi Dio sia lodato
sono vivo.
Sembra
la fine di ogni parola, dopo di ciò che altro
si può dire, come altro spiegare. Questa era sempre
stata la forza di Hikmet, il saper spiegare. "Ti
amo come se dicessi Dio sia lodato, sono vivo",
e la sua donna ora era, insieme, tutto: era la
storia di popoli e mondi, era sapore, stupore,
paura, totalità; era inspiegabile, da lasciar
senza parole. E Nazim l'amava dovunque, anche
senza vederla, l'amava a Parigi come a Mosca,
ad Instambul come a Roma perché Hikmet adorava
anche viaggiare; amava la sua Russia; da esule,
viaggiava in Germania, in Italia, Francia e Cuba,
invitato da Fidel Castro. E la storia del suo
popolo, di suo figlio e della sua donna lo accompagnarovano,
sempre, fino alla fine. "Non ho paura di morire.
Ma morire mi secca; è una questione d'amor proprio.
Non ho paura di morire, figlio mio; però malgrado
tutto, a volte, quando lavoro, trasalisco di colpo.
Oppure nel dormiveglia. Contare i giorni è difficile.
Non ci si può saziare del mondo, Melimet, non
ci si può saziare, mai! … e la vita che si disperde
in me, si ritoverà in te e nel mio popolo; per
sempre". Morì Hikmet, nella sua amata Mosca, stroncato
da un infarto al suo ormai debole cuore. Mori,
Nazim nella sua amata Unione Sovietica, con la
sua amata Munevver ed il suo amato Melimet. Era
il 3 giugno del 1963.
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