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La licantropia del poeta
di
Gaetano
G. Perlongo
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Gaetano G. Perlongo
e la razionalità della sua poesia
di Angelo Manitta
Come io sento il mondo
(due sigarette nella notte tra insonnia e poesia)
alias la licantropia del poeta:
questo
titolo abbastanza complesso, ma nello stesso tempo
emblematico, vuole già essere una presentazione
del volume di poesie di Gaetano Perlongo, e permette
di accedere attraverso una lettura logico-matematica
a tre piani di interpretazione: quella sensitivo-emotiva,
quella empirica e quella filosofica. Per chiarificare,
Come io sento il mondo è espressione incentrata sulla sensazione.
La poesia di Perlongo, infatti, prima di tutto
è sentimento ed emozione. «Il sentimento è il
primo, più profondo e quasi unico senso degli
uomini; la fonte maggiore della parte dei nostri
concetti e del nostro sentire; il primo vero organum
dell’anima che raccoglie le manifestazioni esterne…
Esso contiene in sé parti e abbreviazioni; la
misura della nostra sensibilità; l’autentica origine
del vero, del bello, del buono» secondo come si
esprime il filosofo tedesco J. G. Herder. Ma parallelamente
alla sensibilità appare in Perlongo la realtà
empirica, la contingenza, espressa dalla sigaretta
e dall’insonnia,
che durante la notte portano alla poesia.
Ma la realtà e la riflessione sono interdipendenti
l’una dall’altra. Se infatti i due elementi non
fossero interdipendenti la riflessione sarebbe
vanificata e sfocerebbe nella fantasia. Dalla
contingenza si passa così alla filosofia, alla
lettura logico-matematica dell’universo trascendente
o materiale che ruota attorno all’uomo. L’espressione
licantropia (termine che indica
la trasformazione dell’uomo in lupo e che, quasi
in senso metaforico, si rifà alla nota espressione
del poeta latino Maccio Plauto: «Homo homini lupus»:
l’uomo è lupo per l’altro uomo), l’espressione
licantropia del poeta, dicevo,
manifesta una metamorfosi dell’uomo attraverso
l’ispirazione artistica, quasi un’esaltazione
di sé attraverso la riflessione. Questa metamorfosi
sta all’origine della poesia vera e propria, che
non scaturisce dal sentimento né dalla realtà,
ma puramente dalla riflessione. Che questa sia
la chiave interpretativa della poesia di Gaetano
Perlongo ce lo confermano le due citazioni poste
ad epigrafe del volume: l’una tratta dal filosofo
austriaco Wittgestein, e l’altra dal poeta polacco
C. Milosz. Il primo pone come principio dell’esistere
il pensiero, quale rigenerazione e ricreazione
di altri pensieri attraverso un sistema logico-matematico
che dà una risposta alla materialità. La realtà
è in effetti costituita da una serie di ‘fatti
atomici’, composti di oggetti semplici e quindi
non scomponibili, ma che vengono raffigurati da
enunciati che sono la raffigurazione dell’interpretazione
dei fatti. Dal processo logico-matematico, quasi
fosse una scienza, il poeta viene spinto ad una
interiore riflessione logico-filosofica, espressione
dell’inadattabilità di ogni uomo alla vita quotidiana.
Ma la logica non è freddezza, al contrario può
essere partecipazione e sensibilità. E Pitagora
ce ne dà un elevato esempio in uno dei suoi frammenti
giunti sino a noi. «Che se, lasciato il corpo,
t’eleverai al libero cielo, sarai simile a Dio,
non più mortale ma immortale e incorruttibile».
Ed è proprio la poesia a rendere immortali e incorruttibili,
quella poesia che, secondo il poeta polacco Milosz,
è un evento raro, frutto di coercizione interiore
ed esteriore, quasi un rapporto biunivoco tra
anima e corpo, tra senso ed emozione. Questi credo
che possano essere anche i presupposti teorici
della poesia di Gaetano Perlongo, il quale trasforma
il comporre in un atto nobile e profondo, legato
soprattutto ad una realtà vissuta attraverso la
contemplazione e la riflessione, per raggiungere
alte vette di lirismo. Eppure la sua, che è una
poesia colta, non scade mai in un logoro e insoffribile
ermetismo, ma, trascendendo l’usuale sentimentalismo,
manifesta grande partecipazione emotiva.
Come io sento il mondo è una silloge divisa in cinque sezioni: Esistenzialismo, Filosofia, L’infinito,
Versi liberi, Il tarlo. Nella prima sezione
è la riflessione interiore e quasi corrosiva dell’individuo
a predominare. «L’uomo doveva creare in sé un’altra
belva, più segreta, più raffinata e più feroce»
secondo il detto di Mario Andrea Rigoni, ma è
proprio questa belva che il poeta vuole conoscere
e nello stesso scacciare e apotropaizzare. In
poche parole questo processo si chiama con termine
ormai usato ed abusato: esistenzialismo. La riflessione
sull’esistenza, un caleidoscopio,
come asserisce appunto il titolo della prima lirica,
spinge il poeta alla ricerca di quella vita immaginaria
che dà senso alla quotidianità dell’essere, che
porta alla virtualità, all’utopia, alla fantasia,
all’ipocrisia, alla finzione e alla mistificazione,
quasi in un processo continuativo, per giungere
alla trasformazione finale, ad una metempsicosi,
cioè ad una, per dirla con il poeta, “licantropia
poetica”. Tutto è possibile raggiungere attraverso
la riflessione e l’ispirazione. Ma anche l’ispirazione
segue un processo ben determinato, passando dal
pensiero al delirio, all’essenza, al non senso,
alla vita, al crepuscolo. Essa è una concatenazione
di emozioni e di sperimentazioni attraverso una
connessione ideale tra vita umana e luce interiore,
luce che fa scoprire i riflessi dell’uomo predatore,
dell’uomo che si trasforma in lupo per l’altro
uomo. Tale processo, quasi un gioco virtuale,
lascia trapelare a volte, appena si scopre la
meccanizzazione della riflessione, un senso di
malinconia, quasi un torpore o grigiore. Ma l’uomo
può davvero essere ridotto ad una macchina o ad
un linguaggio matematico? No. No perché l’uomo
sogna. Sogna di essere al centro dell’universo,
in un mondo in cui “panta rei” (tutto scorre),
in un mondo in cui la matematica si fonde con
la filosofia, l’economia, la politica, la letteratura,
in un mondo in cui la filosofia porta al martirio,
ma pure al compimento dell’essenza, alla dissoluzione,
alla metastasi. Il sogno si tramuta pure in desiderio
di libertà. Così in Sogni
oziosi di maggio attraverso un crescendo si
giunge alla conclusione: «Ho sognato mio Padre»,
espressione collocata dopo tutta una serie di
“Padri intellettuali” che vanno da Eraclito a
Dirac, a Giordano Bruno, Gödel, Russell, Borges,
Cantor per giungere a Pessoa. Attraverso la luce
interiore l’uomo si è trasformato in forza e violenza
intellettiva, è andato oltre la propria potenzialità,
senza dimenticare il presente. «Imbevo il presente
/ con la fragranza / dell’angoscia… / e il tempo
/ col suo metabolismo ticchettante / esilia /
i momenti andati / in un vimine d’aprile». Ma
la vita non è solo riflessione, è pure incontro
con l’uomo, con la natura, con le cose. L’incontro
è anche tormento «che logora / in clitoridea risonanza
/ ogni mio momento» (Incontri
di una vita andata).
Dalla
poesia di Gaetano Perlongo scaturisce pure un
ampio senso di libertà. La lirica Il
volo dei gabbiani è emblematica. Il volo,
infatti, dà un senso all’esistere e il poeta,
benché esiliato sulla terra, si fa intermediario
tra l’uomo e l’Assoluto, anche se, fra scherni,
«camminare non può per le sue ali di gigante»
(Baudelaire, L’albatro).
E «…il volo dei gabbiani / volteggiante nell’antistante
arena degli occhi / dà coscienza / alla mia zingara
esistenza / ed incertezza sull’immaginifico regno
d’appartenenza» scrive Perlongo.
La silloge però è legata anche ad una quotidianità
immediata e il suo autore sa partire da essa per
trasformarla in elevata contemplazione, in penetrazione
interiore e psicologica, in un grande sentire
universale. L’amico scomparso lo fa riflettere
«perché la perla / nel grembo della conchiglia
/ non sa di essere una perla / come l’uomo / nel
grembo della fede / non sa di essere una dignità».
Ed è proprio alla ricerca della propria identità
che va Gaetano Perlongo in questa prima parte
della sua silloge che corre tra silenzio e oblio,
ma sempre nel tentativo di spiccare il volo, un volo misterioso ed emozionale, un volo
che tenta di capire la psiche dell’uomo nella
sua totalità. La visione dall’alto è indice di
introspezione e soprattutto di riflessione, quasi
un arpeggio di versi. Il volo indica migrazione
e l’uomo è un migratore, è un esploratore di se
stesso, della propria vita, della propria esistenza.
E questa esplorazione porta a “dio”, un dio scritto
con la ‘d’ minuscola, ma che ha tutta la valenza
dell’Assoluto, anche se poco attivo, tanto che
Perlongo si chiede «…ma quale dio / il dio esaltato
/ della mia gente / o il dio / malato del mio
tempo…». Se la divinità onnipresente ha perso
la sua forza, non ha perso certo il suo significato.
Legata
all’esistenzialismo è la riflessione filosofica.
E Filosofia ha come titolo la seconda sezione della silloge,
filosofia in senso lato che sfocia nella politica,
nel potere e nel dominio. Il potere si manifesta
come peculiarità della personalità umana, mentre
il dominio come peculiarità dei misantropi. Dominare
gli altri significa disprezzo. In questa seconda
parte la poesia di Perlongo è impregnata di un
profondo simbolismo. L’oggetto assurge a meditazione
filosofica in un rapporto biunivoco uomo e cosa,
tra attività umane ed elementi naturali. Ecco
perché lo scarabeo può dubitare, proprio come
l’uomo, il baccello può parlare, la formica può
meditare il suicidio, l’uomo conoscere il collasso
biologico, mentre la zecca potrebbe anche ridere.
Perlongo manifesta anche una sottile ironia. Egli
sa interpretare la realtà attraverso un sorriso
o una distorsione, sa passare dalla riflessione
interiore all’universale, dall’esistenzialismo
ad un velato ottimismo, dall’osservazione ad un
elevato afflato lirico. Tutto questo attraverso
la parola che, come l’uomo, diventa il fulcro
dell’universo, mentre il poeta diventa «artigiano
del dolore».
Nella
terza sezione L’infinito,
continua questa riflessione sull’uomo, riflessione
che si incentra sul suo futuro e soprattutto sulla
sua sete di conoscenza e di sapere. Ne scaturisce
un’impellente propensione verso l’oltre, proprio
perché «l’infinito è pure bisognoso di spiegazione
più di ogni altro concetto» scrive David Hilbert.
L’infinito diventa pretesto per una indagine sul
rapporto spazio-tempo. Non si tratta più di un
infinito leopardiano sognato e trasognato. È l’infinito
esistenziale che conduce ad una equivalenza logica
tra i «naturali e i transfiniti / fra l’infinito
e l’universo / fra l’universo e lo spazio-tempo»
(Ho teso le corde). È quasi un cammino verso la mistificazione
totale. «Per questo per me brilla ogni stella,
per questo risuona per me, nei concetti spirituali
e nelle relazioni l’armonia degli astri» si esprime
il filosofo tedesco Herder. In questo continuo
riflettere sull’infinito, Perlongo sembra giungere
al Nulla, giungere a quell’orizzonte «laddove
il tutto e il nulla / dipingono un’albeggiante
aurora». Ma l’infinito riflesso nell’universo
appare come frammentarietà esistenziale, e nello
stesso tempo «molteplicità dell’unità», secondo
il postulato del filosofo greco Zenone. E Perlongo
descrive «ruscelli sgorganti / in sovrapposti
universi / Universi in frammisti riflessi» (Zenone).
Nella sezione Versi liberi, che comprende solo quattro poesie, Perlongo
sembra abbandonare ogni riflessione filosofica
e rientrare nella quotidianità. La lirica più
indicativa è Trappeto, dedicata al paese natale. Se apparentemente la lirica
può riportare alla nostalgia del paese natio del
Carducci di Traversando la Maremma toscana,
in cui il poeta apre con il famoso incipit: «Dolce
paese, onde portai conforme / l’abito fiero e
lo sdegnoso canto / e il petto ov’odio e amor
mai non s’addorme, pur ti riveggo, e il cuor mi
balza intanto», completamente diversa è l’espressività
di Perlongo sia per la modernità linguistica,
sia per il contenuto metaforico, come nei versi:
«La tua Gente / fucinata dai campi e dallo sputo
dell’abisso / trasuda un’arcana saggezza / di
perla e purezza / che nel maggese calar del sole
/ rispecchia sanguinose venature di fatica». La
profondità psicologica e le metafore calzanti
e preziose fanno certo di questa poesia una delle
più belle della silloge, proprio perché l’autore
riesce ad esprimere la quotidianità attraverso
concetti che esulano dalla quotidianità.
Infine l’ultima sezione della silloge, dal
titolo Il
tarlo, appare quale metafora della comunicazione
del pensiero, come bene evidenzia l’epigrafe tratta
dal filosofo tedesco Schopenhauer: «La vera vita
del pensiero dura soltanto fino al confine delle
parole: oltre il pensiero muore». Il rapporto
parola-pensiero è quasi un’ossessione per Perlongo,
in quanto parola, pensiero e logica sono l’essenzialità
della vita umana. In questo ambito si colloca
la poesia Globalizzazione, che si schiera contro la globalizzazione
invadente del mondo attuale che va «ammainando
la vela della vita / in un sottofondo crepuscolare».
La riflessione diventa simbolica però quando è
«il chierico errante», cioè l’uomo comune, ad
esprimere le sue opinioni sulla realtà circostante.
Si tratta di «affannose riflessioni e vagabondaggi
esistenziali» che portano alla scoperta dell’utopia,
della vita in bilico tra fede e ipocrisia, della
finzione che si avvicina alla mistificazione,
della visione dei politici senza morale, dei compagni
di ventura, dei girovaghi, degli aborti clandestini,
dei bachi e delle farfalle, ma… dice il poeta
«non vidi… / le ragioni dell’esistenza / oscillante
tra / quiescenza e pestilenza, / ma vidi… / il
seme dell’essenza / germogliare / tra la demenza
e il chi pensa».
Da
questa analisi, non certo approfondita e completa,
credo che possa venire fuori il vero aspetto originale
della poesia di Gaetano Perlongo. Infatti la sua
è una poesia innovativa, una poesia che si evidenzia
per la sua carica di espressività, ma soprattutto
per l’equilibrio che vige tra le varie parti della
silloge, quasi un lungo percorso dal dubbio alla
certezza, dalla materia alla riflessione. Si tratta
di una poesia dotta, una poesia che risente degli
influssi di poeti e filosofi contemporanei, ma
non per questo è una poesia ermetica, anzi al
contrario travolge il lettore e lo spinge a riflettere,
a meditare, a contemplare, a godere persino la
musicalità delle parole, quasi l’uomo frammentato
si fosse ricomposto nell’uomo universale. Per
Perlongo si può davvero parlare di un sincretismo
letterario e artistico, espresso attraverso un
profondo equilibrio e soprattutto un’ampiezza
di riflessione che porta alla sublimità. E proprio
per questo credo che si possa concludere con la
calzante espressione di Bob Dylan: «Le mie poesie
sono scritte con un ritmo di distorsione non poetica…
la poesia è un uomo nudo… qualcuno dice che io
sono un poeta».
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