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Sommario
Luigi Tenco tra realtà e utopia di Giovanni
Coppolino
Un nome da torero di Pietro Sferrino
Il poema visuale e lo sperimentalismo di
Hugo Pontes
Luigi Tenco tra realtà e utopia
di Giovanni
Coppolino
Prendendo in considerazione
il dibattito pluridecennale tra chi considera
la canzone d'autore un genere letterario e chi
invece la considera 'nugae', passatempo per il
tempo libero, si entra facilmente in un gioco
dilatorio che evita di penetrare nel cuore del
problema, che è quello di dimostrare con l'analisi
diretta dei testi se ciò di cui ci occupiamo è
poesia (sia pure un particolare tipo di poesia
strettamente intrecciata alla musica) o meno.
Se l'essenza della poesia contemporanea è la parola
che assume un particolare significato, in quanto
emblema di una condizione esistenziale universale,
nessuno è più adatto di Tenco ad entrare di diritto
in un genere letterario. Sulla figura di questo
'padre' della canzone d'autore italiana, genovese
di adozione, sono state dette e scritte molte
cose, soprattutto in merito alla morte precoce
avvenuta durante la partecipazione al festival
di Sanremo del 1967. In realtà, per onorare al
meglio la sua memoria, è necessario verificarne
il valore artistico, attraverso l'analisi della
sua breve produzione e, in particolare, della
costruzione del suo linguaggio poetico. La poetica
di Tenco può essere suddivisa in tre nuclei tematici
strettamente intrecciati fra loro, che hanno convissuto
contemporaneamente nello stesso arco di tempo
(dal 1962 al 1967) fino al tragico epilogo dell'ultima
canzone: l'utopia del mondo complementare del
sogno, la consapevolezza delle regole della realtà
esterna e, infine, la definitiva sconfitta dell'utopia.
Ciascuno di questi momenti porta con sé una propria
dislocazione temporale: il passato/futuro (sogno/utopia),
il presente/futuro (realtà/utopia) e il presente
privo di telos, con cui si interrompe bruscamente
la ricerca tenchiana del 'senso'. Il problema
di Tenco, l'origine della sua melanconia è l'uscita
dal mondo complementare del passato presso cui
abitava da bambino e il tentativo di recuperare
il tempo perduto da una distanza pressoché incolmabile.
Quel mondo è il luogo della sua infanzia, che
si presenta ancora vivo al ricordo (Erinnerung)
in immagini fiabesche che sono immagini di sogno.
Perché grande è il potere del bambino che può
modificare la realtà percependola oniricamente.
Al recupero però si accompagna il rimpianto, perché
ciò che è dato nel ricordo rimane ciò che è, apparenza
(Schein), un che di irrimediabilmente perduto
che non potrà mai sostituire la realtà dentro
la quale ci si trova 'gettati'. Tenco è consapevole
del potere dell'esistenza concreta per potersi
illudere fino in fondo di riconquistare il passato:
il risveglio, per quanto amaro, è inevitabile,
è l'atto che segue sempre il ricordo e non permette
di sostare in una dimensione altra, complementare,
della realtà: "Oh, se non m'avessero detto mai/che
le fiabe son storie non vere,/ora là io sarei…"
(Il mio regno). Il momento creativo è l'unica
via di fuga che gli permette di vivere occasionalmente
immagini di sogno come una cesura della quotidianità.
Sognare è bello, ma senza illudersi di poter recuperare
il passato se non nell'attimo poetico della cui
illusione è lucidamente consapevole. Lo scorrere
irreversibile del tempo comporta la perdita del
mondo dell'infanzia ma anche dell'amore eterno
desiderato, perduto anch'esso proprio perché sognato
(Il tempo passò). L'abbandono del mondo complementare
del sogno e la consapevolezza di una realtà da
cui non si può fuggire, all'inizio crea un senso
di angoscia, di smarrimento del proprio io, una
vera e propria crisi di identità: "La mia paura/
è che a vedere me come sono/io potrei rimanere
deluso." (Come mi vedono gli altri) La perdita
della magia del passato apre lo spazio al tempo
ripetitivo e misurabile della vita quotidiana,
anzi è quest'ultimo ad annullare e inglobare dentro
di sé il potere del sogno. L'esistenza assume
così il sapore della monotonia e dell'abitudine:
"Un giorno dopo l'altro/il tempo se ne va/le strade
sempre uguali/le stesse case./Un giorno dopo l'altro/e
tutto è come prima/un passo dopo l'altro/la stessa
vita." (Un giorno dopo l'altro) Questo tempo ripetitivo
toglie spazio anche alla speranza, da sempre alimentata
dal sogno che ha una duplice direzione: indietro
verso il recupero del passato della propria origine
e davanti verso il futuro di una esistenza migliore
e di un mondo più giusto, entrambe non percorribili.
Questa amara visione della vita nasce dalla consapevolezza
che cercare di dare senso alla propria esistenza,
realizzando i sogni che avrebbero potuto cambiarla,
è stato inutile: "Provai ad essere qualcuno/però
sono rimasto nessuno, /provai a diventare un poeta,/ma
il mondo non ho capito ancora." (Una vita inutile)
Tuttavia Tenco non vuole accettare lo stato delle
cose, non vuole arrendersi alla monotonia del
tempo e alla realtà così com'è, e per questo le
immagini di sogno diventano facilmente immagini
utopiche in direzione del futuro. E' vero, all'inizio
la sua tensione utopica tenta sempre di recuperare
il passato attraverso il ricordo (è una costante
di tutta la sua produzione), e da qui si può spiegare
la sua tristezza di fondo, soprattutto in amore:
" Ricordo che tu mi parlavi,/io stavo guardando/una
vela passare:/era bianca, era gonfia di vento,/era
l'ultima vela./Era ormai quasi sera./Quasi sera…/e
non ricordo altro,/né la voce che avevi/né il
nome che avevi." (Quasi sera) Però del passato,
a parte qualche sfumato ricordo, non si può recuperare
la purezza di un sentimento che l'autore comunque
continua a provare, e così l'amore si offre allo
sguardo malinconico nella sua distanza ormai non
più colmabile, lasciando spazio solo al rimpianto:
"E lontano,lontano nel mondo/una sera sarai con
un altro/e ad un tratto chissà come e perché/ti
troverai a parlargli di me,/di un amore ormai
troppo lontano." (Lontano Lontano) Come l'amore
è eternato nel ricordo, così è forte in lui il
desiderio di evasione dalla realtà, di ritagliarsi
uno spazio di pace tutto per sé: "In qualche parte
del mondo,/non sogno altro che un angolo/dove
fuggire lontano/dalla mia vita di sempre." (In
qualche parte del mondo) Questo luogo che non
c'è non è altro che la terra delle sue origini,
come in Pavese , raggiunta continuamente nel sogno
e fuggita nella realtà, ma che un giorno, comunque,
prima di morire, troverà la forza di riscoprire:
"Se un giorno tu/verrai via con me/amore mio/andremo
insieme a vivere là/nella mia valle/e se quel
giorno tu non verrai/io dovrò piangere ma andrò
da solo/perché se un giorno dovrò morire/voglio
morire nella mia valle." (La mia valle) Strettamente
intrecciata al sogno, l'utopia non è mai definitivamente
sconfitta dalla disillusione nella poetica tenchiana,
anche se la sua giusta dimensione appartiene più
ad un atto di volontà che alla realtà. E' la forza
determinante della volontà a fargli recuperare
la speranza in un futuro diverso (anche se è costantemente
accompagnata dalla delusione per il presente,
e il tono è quindi melanconico): "Vedrai, vedrai,
/vedrai che cambierà,/forse non sarà domani,/ma
un bel giorno cambierà./Vedrai, vedrai,/non son
finito,sai,/non so dirti come e quando/ma vedrai
che cambierà." (Vedrai Vedrai) E' il bisogno di
cambiare le cose, di recuperare i valori autentici
dell'amicizia, dell'amore, della pace e del rispetto
dei diritti umani che lo spinge a fare della sua
creatività un'occasione utopica, in un conflitto
costante tra la possibilità di cambiare realmente
il mondo che lo circonda e il desiderio di fuga
dalla società consumistica: "Io vorrei essere
là/sulla mia verde isola/ad inventare un mondo/fatto
di soli amici./Vorrei essere là/per non dover
difendere/giorno per giorno,sempre/il mio diritto
a vivere./Vorrei essere là/ma resto qui ad attendere/perché
anche qui domani/qualcosa cambierà." (Io vorrei
essere là, ma è significativo che queste strofe
siano eliminate nella versione definitiva: il
momento utopico è definitivamente sconfitto nella
realtà, anche se rimane un residuo nel sogno).
Il bisogno di risolvere i conflitti interiori,
di cancellare l'insicurezza di fondo della sua
personalità ipersensibile, la consapevolezza che
la realtà non può essere modificata radicalmente,
ma può essere migliorata poco alla volta servendosi
degli stessi meccanismi che la sorreggono e mutandoli
di funzione (come ad esempio l'utilizzo dell'industria
discografica per veicolare messaggi culturali
opposti ai valori dominanti del sistema), porta
Tenco ad assumere un atteggiamento di aperta ribellione:
"E se ci diranno/che nel mondo la gente/o la pensa
in un modo/o non vale niente/noi che non abbiam/
finito ancora di contare/quelli che il fanatismo/ha
fatto eliminare/noi risponderemo, noi risponderemo
No,no,no…" (E se ci diranno) Tenco vive una lacerazione
insanabile soprattutto in amore perché, pur riconoscendo
che l'amore puro è un'illusione della propria
immaginazione, non riesce ad accettare una situazione
di equilibrio precario e vorrebbe finalmente essere
amato e ricevere quello che dà. Da qui la reazione
orgogliosa alla donna amata che gli ha preferito
un altro ("Io sì,che t'avrei fatto vivere/una
vita di sogni/che con lui non puoi vivere./Io
sì,avrei fatto sparire/dai tuoi occhi la noia/che
lui non sa vedere./Ma ormai…,Io sì), oppure il
desiderio (fallito) di ricambiare la sofferenza
che l'altra infligge costantemente con la sua
apparente indifferenza ("Se sapessi come fai/a
fregartene così di me/se potessi farlo anch'io/ogni
volta che tu giochi/col nostro addio./Vorrei/che
per un giorno solo/ le parti/si potessero invertire/quel
giorno/ti farei soffrire/come adesso soffro io.",Se
sapessi come fai). Tenco riconosce le 'regole'
dell'amore reale, che nasce spesso dal caso ("Mi
sono innamorato di te/perché non avevo niente
da fare,"Mi sono innamorato di te), ma si rifiuta
di accettarle, sforzandosi inutilmente di tenere
sotto controllo i sentimenti della donna amata
("Volevo farti piangere/vedere le tue lacrime
/sentire che il tuo cuore/è nelle mie mani,"Angela)
e convincendosi che questa ha comunque bisogno
di lui ("Se stasera sono qui/è perché ti voglio
bene/è perché tu hai bisogno di me/anche se non
lo sai."Se stasera sono qui). Il problema maggiore
nel rapporto è l'incomunicabilità, il fatto che
l'altra non sappia riconoscere il tipo di amore
che lui sente e da qui nasce un conflitto insanabile
("Tu non hai capito niente/ di come sono io/e
di come ti amerei di più/se una volta fossi tu
a cercarmi."Tu non hai capito niente), a cui segue
una fuga dall'amore vero per poter dimenticare
ma senza riuscirci ("Con te,oh Isy,vorrei cancellare/la
mia paura di dover tornare/da lei."Isy). Tuttavia
è la volontà di amore puro, totale, assoluto che
finisce sempre con il prevalere, per cui il legame
sarà rimpianto dall'altra nel ricordo ("Ti ricorderai
di me/ quando mi avrai perduto,"Ti ricorderai),
oppure lui stesso sente la necessità di cambiarla
("Guarda se io dovevo/amarti tanto/come ti amo/io
che passo le ore/per convincerti a cambiare/e
non ti cambierei/con nessun'altra al mondo,"Guarda
se io), per poter costruire finalmente un rapporto
di fedeltà e di dedizione totale ("Un giorno di
questi/ ti sposerò stai tranquilla/così tu avrai
diritto/di avere quelle cose/che adesso io ti
do/ soltanto perché t'amo/anche l'amore."Uno di
questi giorni ti sposerò). In realtà, Tenco vive
un conflitto interiore insanabile, in cui alla
volontà orgogliosa di costruire a tutti i costi
l'amore puro si alterna la fragilità del proprio
io che, cosciente della propria inadeguatezza
("Se potessi,amore mio,/ti darei tutto quel che
vedo,/ma posso darti solo quel che ho io/e purtroppo
non è gran cosa."Se potessi amore mio), non può
dare quello che vorrebbe alla persona amata ("Lo
so,lo so,lo so/non è da me/che tu potrai avere/quello
che puoi avere./Lo so,lo so,lo so/ma non fa niente/non
ci voglio pensare."Amore,amore mio). Il sentimento
di incompiutezza è anche un riflesso della situazione
sociale a cui l'autore non riesce a imprimere
una svolta radicale verso un riconoscimento significativo
del suo 'discorso' musicale e poetico, ed è proprio
nell'ultima canzone autobiografica, Ciao amore,ciao,
che l'utopia esce definitivamente sconfitta lasciando
spazio alle dure leggi della società. La prima
parte del testo tratta della vicenda dell'emigrazione
(abbastanza comune negli anni sessanta) di un
contadino che abbandona la sua amata terra natale
con la speranza di poter migliorare le proprie
condizioni di vita e di uscire dalla miseria:
"La solita strada,/bianca come il sale/il grano
da crescere,/i campi da arare./Guardare ogni giorno/se
piove o c'è il sole,/per saper se domani/si vive
o si muore/e un bel giorno dire basta/e andare
via./Ciao amore,ciao amore,ciao amore,ciao…/Andare
via lontano /cercare un altro mondo,/dire addio
al cortile,/andarsene sognando." A questa fuga
dalla campagna segue nella seconda parte l'impatto
duro e irto di ostacoli con la città, che finisce
inesorabilmente con lo sconfiggere l'uomo semplice
e le sue speranze: "E poi mille strade/grigie
come il fumo,/in un mondo di luci/sentirsi nessuno./Saltare
cent'anni/in un giorno solo,/dai carri nei campi/agli
aerei nel cielo,/e non capirci niente/e aver voglia
di tornare da te./Ciao amore,ciao amore,ciao amore,ciao…/Non
saper fare niente/in un mondo che sa tutto/e non
avere un soldo/nemmeno per tornare. /Ciao amore…."
Il mancato cambiamento delle condizioni di vita
comporta la definitiva sconfitta dell'utopia,
in quanto non esiste più alcun telos in direzione
del futuro ma non si ha neanche la possibilità
di tornare indietro per recuperare il mondo perduto
del passato (l'infanzia, la giovinezza, la speranza).
Il fallimento dell'utopia non comporta però necessariamente
la decisione estrema del suicidio come affermazione
del proprio io : in tutta la produzione tenchiana
prevale la consapevolezza della superiore forza
della realtà sull'illusione, ma ancora più forte
è la volontà di modificare lo stato delle cose
anche negli attimi in cui non si intravede alcun
spiraglio di luce, e Tenco è stato coerente fino
all'ultimo nel far proprio il motto: "Solo per
chi non ha più speranza, ci è data la speranza."
La realtà alla fine ha prevalso sulla volontà?
L'apparenza avvolge tutto nel suo inesplorato
mutismo, poiché persino la morte, al momento di
congedarsi, può trasformarsi nella sua illusione,
forse soltanto nell'illusione di se stessi, ma
tanto basta per perdersi (con la dignità che chi
è vivo non sa di avere).
Un nome da torero
di Pietro
Sferrino
In "Un nome da torero",
Luis Sepúlveda accenna ad una preziosa collezione
di cento monete d'oro, chiamata della mezzaluna
errante, coniate dal sultano di Fez in onore del
suo protetto, ibn battuta . Col passare dei secoli,
le monete avevano cambiato padrone innumerevoli
volte e l'ultimo proprietario di sessantatre delle
cento originarie fu Isaac Rosemberg scomparso
nel 1943 nel campo di concentramento di Bergen
Belsen. Le monete furono viste per l'ultima volta
a Berlino nel 1941. La storia narrata nel libro
di Sepúlveda comincia comunque durante la seconda
guerra mondiale; quando due soldati delle SS tedesche
preposti al controllo delle opere d'arte trafugate
in Europa e nel mondo dal regime di Hitler, rubano
la collezione di cento monete delle mezzaluna
errante sognando di poter fuggire lontano dalla
Germania in guerra nella terra dei loro sogni,
quell'isolato mondo alla fine del mondo che è
la Patagonia. Dopo una breve fuga ad Amburgo però,
l'artiglio bruno giunse al nascondiglio dei due
amici; uno di questi, Hans Hillermann, riuscì
a fuggire comunque con le monete imbarcandosi
in un peschereccio diretto alla Terra del Fuoco
ed a far perdere le sue tracce anche grazie all'aiuto
ed alla fedeltà dell'amico, Ulrich Helm, che cadde
nelle mani delle squadre naziste delle SS e venne
torturato fino a rimanere paralizzato, prima dalle
SS appunto, poi, da vecchio dalla Stasi, la polizia
segreta della Germania dell'Est, dove era rimasto
prigioniero per quasi cinquant'anni come in un
grande carcere a cielo aperto. Cinquant'anni dopo,
appunto, un alto dirigente del Loyd Anseatico,
Oscar Kramer, incarica a titolo del tutto personale,
Juan Belmonte (un ex guerrigliero cileno esiliato
in Germania) al fine di ritrovare la collezione
di monete preziose, che accetta solo a patto di
poter poi portare in Europa la sua donna, Verónica,
desaparecido vent'anni prima e rimasta un'assente
vittima delle torture. Sulle tracce dello stesso
tesoro è però anche Frank Galinsky; ex ufficiale
dei servizi segreti della Germania dell'Est, anch'egli
incaricato a titolo personale da un maggiore senza
nome dell'esercito tedesco, suo vecchio maestro
e superiore. Il romanzo si snoda lungo il sentiero
di questa caccia al tesoro, corsa micidiale e
mortale tra gli attori, che però non è altro che
lo sfondo di una narrazione più ampia che, attraverso
la storia passata dei personaggi; ripercorre tutte
le più vaste ideologie del secolo appena trascorso
e la vita sociopolitica non solo (come accennato
nella sezione dedicata a Sepúlveda) dell'autore,
ma anche dei personaggi come specchio grande e
quasi perfetto, quasi onnicomprensivo, delle società
postmoderne.
PARTE PRIMA
Tra le righe del
romanzo si legge l'amarezza, ora palese, talvolta
latente, di un uomo deluso dagli eventi della
storia, che è la sua storia, dalla quale nonostante
tutto non si è mai sottratto. Dalla lettura del
libro appare la visione disillusa di come il popolo
sia sempre ignaro delle decisioni strategiche
del potere, sia in campo politico che economico,
e dei meccanismi che a queste sottendono. Il popolo
viene sempre messo di fronte al fatto compiuto
mentre la decisione è presa all'interno del ristretto
gruppo detentore del potere o tra i vari detentori
dei poteri nazionali, nel caso di accordi internazionali.
È stato così, per esempio, nel caso della Baviera
(unico stato socialista della federazione tedesca,
dopo la prima guerra mondiale) che mostra quanto
il popolo tedesco sia stato contrario all'ideale
comunista mentre la minoranza bavarese era ancora
di ispirazione filosovietica. È stato così, e
così continua ad essere nel Sahara occidentale
(argomento accennato nel romanzo di Sepúlveda)
con la resistenza del Fronte Polisario. E così
stato per tutta la guerra fredda, che non è stata
frutto del popolo ma della persuasione coatta
esercitata dai governi del bipolarismo freddo.
Speranze e sogni frantumati dallo scontro con
una realtà delle cose ben più cruda, ben più legata
al concreto e tanto lontana dalle fantasticherie
utopiche che credono ancora che le ideologie possano
trainare un popolo verso un futuro migliore. In
alcune parti si evince proprio la crisi dei miti,
delle ideologie quasi preconfezionate da adattare
ad ogni paese; la crisi del partito come istituto
politico che dovrebbe aggregare ed unire speranze
comuni per un fine comune anziché sventolare al
primo vento una bandiera di un colore diverso
e mimetizzarsi in mezzo al caos. Ci troviamo dinnanzi
da un lato, ad un partito, nella fattispecie quello
cileno anti-golpe, che non risponde più; dall'altro,
ad un potere sempre più altolocato e chiuso in
se stesso che non sente, ne si preoccupa di farlo
ed anzi reprime, le grida di chi non gli regala
consensi ma lotta perché venga meno un governo
illegittimo che basa la sua esistenza su forze
militari e non sul dialogo tra le parti sociali.
In ultima istanza: la comunicazione fra popolo
e potere, non esiste e, quando c'è, esiste solo
per fini ben precisi e precalcolati.
Legittimazione
e potere
Leggendo Un nome
da torero, ci si rende conto di come la legittimazione
del potere sia sempre una questione molto delicata,
complessa e parziale. In concreto, la legittimazione
può essere un fatto esterno alla nazione nel senso
che, quando un governo riceve legittimazione dall'esterno
e non dal basso, cioè dal suo fondamento sociale
(come nel caso della dittatura di Pinochet, appoggiato
ed influenzato, per esempio, dalle multinazionali
statunitensi militari e della siderurgia); allora
il governo tende all'autoritarismo, perché tende
ad obbedire ai suoi protettori e non rispecchia
la volontà interna al suo popolo. Il governo tende
allora a reprimere il dialogo, creando così forte
contrapposizione fra le parti che porta spesso
a sovversioni e conflitti armati. All'interno
di una nazione, un governo legittimato, da una
maggioranza deve comunque garantire il rispetto
delle minoranze poiché, anche in tal caso la legittimazione
continua sempre ad essere un fatto parziale e
mai totale. Nel caso dei mille giorni del governo
Allende del '70, la legittimazione era conferita
da una maggioranza relativa e fu sulla restante
parte della popolazione cilena, quella gran parte
di élite militare contraria alle ideologie socialiste
di Allende, che le influenze esterne esercitate
dei paesi non socialisti ed i loro piani di opposizione
hanno potuto ottenere grandi consensi. Anche in
tal caso, la comunicazione fra potere e popolo
è inesistente. Il potere comunica con il popolo
solo ed esclusivamente per ottenere consensi,
null'altro; ed è a tal scopo che si usano le ideologie.
Misticismo
e Arcana imperi
Ecco allora che
per il popolo, il potere è sempre un mistero;
fino ad oggi, il potere è sempre stato esercitato
da un ristretto gruppo di iniziati. Nel medioevo,
per esempio, il potere è stato esercitato in maniera
quasi misteriosa da un gruppo, o da un'equipe
formata da re, clero e papa. Era un mondo legato
ai riti ed al misticismo, ma questo modo di governare
però è ancora oggi vivo ed attuale. Mentre il
misticismo medioevale era basato sulla religiosità
delle società, il "misticismo postmoderno", nato
dalla laicizzazione delle società stesse, si fonda,
per esempio sulla mistica della patria o dell'etnia,
della religione (ancora) o, più semplicemente
dal mito del benessere. Il misticismo non è una
concezione statica ma evolutiva. In "Un nome da
torero", alla caduta del Muro, il Maggiore si
scontra con una società che gli impone una scelta
anche ideologica. Il Maggiore, che era un ufficiale
comunista, accetta ed arriva presto ad amare una
nuova mistica che non è più quella dello stato
socialista tedesco e dei compagni di partito,
non più quella per cui ogni operaio di una fabbrica
dell'anello D'oro, poteva subito dopo il lavoro
andare alle rappresentazioni del Bol'šoj, ma quella
consumistica e dell'economia di mercato che è
probabilmente più naturale ed immediata di ogni
altra (Piaget, che pure non si occupò mai di politica,
faceva per esempio notare che una delle prime
parole che i bambini apprendano è mio). Per quale
motivo lo stile consumistico e capitalista è il
più immediato, quello quasi naturale? Perché ciò
che l'uomo vuole è semplicemente il viver bene
ed a tal fine, non è necessario l'interesse continuo
verso l'attività politica dei governi liberisti;
ciò che ogni uomo vuole è semplicemente il viver
decentemente e serenamente la propria vita senza
doversi curare dei problemi altrui. È sempre attuale
il mito platonico dell'uomo che vive rinchiuso
nella sua caverna mangiando il cibo portato da
altri e scaldandosi, alla sera, con un fuoco la
cui luce gli mostra sulla parete le ombre degli
uomini all'esterno. Per quell'uomo, il mondo non
ingloba gli uomini che ballano sotto le stelle,
per quell'uomo, il mondo è la sua caverna, il
cibo cotto col calore del suo falò e le ombre
che non hanno importanza tangibile.
Disuguaglianza
e consapevolezza
Ancora una volta,
insistiamo sui punti chiave cari all'autore Sepúlveda;
oltre alla riservatezza del potere, alla "ignavia"
politica degli uomini e delle società per la quale
l'interesse politico generale si ha solo in casi
necessità, Sepúlveda fa riflettere, in quasi tutti
i suoi libri, su come il potere dei pochi si fondi
sempre sulle disuguaglianze della società. La
teoria delle disuguaglianza è allora il fondamento
del potere e della sua segretezza, è ciò, come
anche faceva notare Max Weber, si realizza ovunque.
L'emarginato del bronx oggi conta meno del presidente
della repubblica come i membri della Duma contavano
di più degli operai di Arcangelo o come un meniño
da rua conta meno di un abitante dei Copagabana
tanto da poter esser ucciso dalla polizia per
"diminuire i tassi di delinquenza". La disuguaglianza
sociale, fondamento del potere segreto, è più
rilevante di quanto possa sembrare dai pochi,
banali esempi appena citati e soprattutto; la
disuguaglianza dei cittadini non è semplicemente
così estrema ma è ben infiltrata nei tessuti sociali
delle nostre società tanto da farci credere che
la legge sia uguale per tutti anche se le parti
in causa in un processo sono, per esempio, il
più ricco uomo del paese ed un comunissimo cittadino
suo dipendente. Da sempre allora, lo sforzo che
gli stati dovrebbero affrontare, per non diventare
le entità trascendenti e sovrane che Hobbes chiamava
Leviatani, dovrebbero esser mirati all'affievolimento
delle disuguaglianze distruttive ed alla promozione
delle disuguaglianze costruttive come la multiculturalità
e la multietnicità. Ovviamente, passando per un
sentiero di politiche sociali prima ancora che
economiche e tanto meno militari ed instaurando
quindi una comunicazione fra popolo e potere che
non sia semplicemente quella mirata alla mietitura
dei voti elettorali. Quali sistemi, siano oggi
più vicini a tali scopi non possiamo certo dirlo.
Da un lato, come diceva il maestro Norberto Bobbio,
può certo esser vero che "la democrazia è un sistema
pessimo, ma è anche difficile pensarne uno migliore".
Da un altro lato, a pensarla così come spesso
si può intuire dalle parole di Sepúlveda, si può
benissimo ammettere che la degenerazione delle
democrazie in oclocrazie ed in oligarchie è un
processo assolutamente intrinseco alle evoluzioni
naturali degli organi di potere democratico. Cosa
che per altro Norberto Bobbio, spiegava in maniera
esemplare e quasi apodittica parlando di spaccature
assiologiche delle dottrine (di tutte le dottrine)
politiche. In "un nome da torero" è più che lampante
l'idea dell'autore al riguardo, per esempio quando
il protagonista, Juan Belmonte, rimette piede
a Santiago del Chile dopo vent'anni di esilio
ed una brevissima conversazione con l'ufficiale
di dogana lo porta a pensare, con grande facilità,
freddezza, distacco e quasi rassegnazione e tristezza:
"[…] Quel tipo aveva ragione. Il paese era in
democrazia. Non si era nemmeno dato la pena di
dire che avevano, o che era stata, ristabilita
la democrazia. No. Il Chile 'era' in democrazia,
il che equivaleva a dire che era sulla buona strada
e che qualsiasi domanda scomoda poteva allontanarlo
dalla retta via. Forse anche quel tizio aveva
fatto parte della sua carriera in prigioni che
non erano mai esistite o di cui era impossibile
ricordare l'indirizzo, interrogando donne, vecchi,
adulti e bambini che non erano mai stati arrestati
e di cui era impossibile ricordare i volti, perché
quando la democrazia ha allargato le gambe affinché
il Chile potesse entrare, ha detto prima il prezzo;
e la valuta in cui si è fatta pagare si chiama
oblio ". La soluzione? Nessuna! Certo non da noi
e ne tanto meno in questa sede. Vorremmo solo
porre ora l'accento su ciò che l'autore ritiene
probabilmente la cosa più cara dell'animo umano.
Tutti i libri di Sepúlveda, sono sì imperniati
su storie di politica, storia, natura e società,
ma in tutti i suoi personaggi si ritrova alla
fine "l'affetto e la solidarietà dei vinti che
continuano a credere nell'amore ". Alla fine di
ogni lotta e di ogni sconfitta, resta solo la
rassegnazione e l'impotenza di chi è stato battuto.
"Vivere intensamente compensa ogni sforzo e quasi
ogni sacrificio. Vivere a metà è sempre stata
la funzione ed il castigo dei mediocri " … Sarà
anche vero ma nel cuore dei vinti, alla fine resta
anche e soprattutto la paura, la stanchezza e
la difficoltà dell'amare ancora. Proprio così
termina "un nome da torero"; con Belmonte che
dopo aver portato a termine la sua ultima missione
ha quasi paura e rivedere il suo amore distrutto
ed aspetta ore, giorni prima di trovare la forza
di suonare un campanello e quando vi riesce, si
chiede il perché di tutto. "La città era ancora
triste, benché fosse estate, benché nessuna nuvola
si frapponesse fra gli uomini e il cielo, benché
nessun uccello nero planasse sulla mia testa,
e così iniziai ad attraversare la strada, chiedendomi,
Verónica, amore mio, chiedendomi perché abbiamo
tanta paura di guardare in faccia la vita noi
che abbiamo visto le auree scintille della morte
".
PARTE SECONDA
Non si può certo
non rimanere affascinati ed incantati davanti
alla semplice complessità ed alla completezza
di "Un nome da torero"; che raccoglie in se tutti
i temi fondamentali della vita di ogni uomo; il
libro parla esplicitamente di amore, esilio, vita
politica, società e soprattutto di quella che
Braudel chiamava la "Grande Storia", la "Storia
con la S maiuscola". Sepúlveda tratta in questo
libro dei massimi sistemi della storia; tratta
così del comunismo dell'Unione Sovietica, dell'imperialismo
economico, del potere militare, e nello stesso
tempo esalta gli aspetti fondamentali dell'animo
umano. La visione, spesso dualistica del mondo
attraversa tutto il romanzo dal momento che tale
visione è, spesso, uno dei pilastri portanti dell'evoluzione
umana e storica delle società. L'uomo può avere
una concezione del mondo (e per mondo intendiamo
l'universo umano e l'ambiente in cui esso vive)
come di un entità o di un qualcosa che si evolve
in maniera praticamente deterministica e prevedibile;
oppure può, altresì, sentire questo mondo in maniera
quasi fatalistica, come un essere autonomo e imprevedibile,
indecidibile, e forse del tutto casuale. Egli
può però, ricordando Aristotele, rigettare questa
logica del terzo escluso ed ammettere, e ricercare,
una terza posizione intermedia che consenta all'uomo
di avere un approccio diverso con la realtà. Tali
mutamenti sono spesso inconsci e dipendenti esclusivamente
dalla convenienza del momento, in vista di un
miglioramento delle condizioni esistenti. In quest'ottica
è emblematica, all'interno dl romanzo di Sepúlveda,
la figura del Maggiore, il quale dapprima considera
il mondo come perfettamente ordinabile e quindi,
in virtù dell'ordine costituito, prevedibile.
Da questa concezione della società deriva la necessità,
ma soprattutto l'ostinazione di mantenere quell'ordine
costituito. In seguito ad un evento storico come
la caduta dell'impero sovietico e della cortina
di ferro, il Maggiore si trova in un ambiente
più vasto e più vario, e il suo istinto di conservazione
gli impone d'un tratto un mutamento di paradigma
al fine di adattarsi alle nuove e diverse condizioni
sociali. "…quando è caduto il muro credevamo che
gli occidentali, i Wessis, avrebbero guardato
alla nostra miseria con misericordia, e cosa è
successo invece? L' hanno guardata con schifo,
con ripugnanza. I discorsi ufficiali dicevano
che eravamo tutti uguali ma sappiamo bene che
non è vero. Quando uno di noi, un rognoso Ossi,
solleva la mano per vedere l'ora sul suo schifoso
orologio russo sente che il tempo gli ha giocato
un brutto tiro che gli sfugge a razzo ad una velocità
impossibile da seguire. Ma quando un Wessi guarda
l'ora su un rolex con brillanti ha la prova che
il tempo gli appartiene e che lui lo domina. Bisogna
decidersi ad essere ricchi Galinsky. Eravamo comunisti
pertanto conosciamo le regole del capitalismo.
Ed eravamo anche militari cioè individui che si
sono preparati a superare le sconfitte" . D'altronde,
come scriveva il poeta russo Fëdor Tjucev: "La
Russia non la si può capire con la mente … alla
Russia si crede e basta" , ed a volte basta poco
a far crollare una convinzione, basta dover fare
una scelta diversa o un po' più difficile, ed
ecco che anzi quella convinzione viene o rafforzata,
con dolore, o del tutto abbandonata; in ogni caso
si arriva ad una scelta, autoingannandoci su ciò
che non ci piace o su ciò che ci è troppo duro
affrontare. "…È che il comunismo non esiste Moreira
(…). Per 40 anni ci siamo nutriti di spazzatura,
abbiamo scopato con gonorreiche e abbiamo avuto
figli cretini. Ma è finita, e adesso, in cambio
di una sincera delazione, l'Occidente ci perdona,
ci redime, ci infila in un utero climatizzato,
i nostri cordoni ombellicare vengono collegati
ad una lattina di coca-cola e subito ci espelle
attraverso la vagina della signora Mercedes Benz.
Alleluia, Moreira. Siamo Rinati" . E proprio il
mutamento di paradigma effettuato dal Maggiore
è la sfumatura che segna il passaggio da un modus
vivendi all'altro. Lo stesso accade al personaggio
Galinsky che da perfetto quadro militare si trasforma
da uomo sfinito per la sconfitta delle sue ideologie,
a mercenario al servizio dei vecchi demoni pur
di non annientarsi del tutto. Un quadro militare
è per definizione, non solo nel pensiero dell'autore,
un qualcosa che non si pone il problema delle
scelte; è, con matematico eufemismo, un qualcosa
di assolutamente misurabile e quadrabile, come
ad esempio il cerchio non può essere; e quindi
del tutto conoscibile e gestibile . Esempi simili
sono esempi di autoinganni che Sepúlveda propone
al lettore. Ogni volta, l'autoinganno non è che
un processo mentale inconscio con il quale si
cerca di ridurre l'entropia e la complessità del
mondo e con il quale si prova a rendere meno dure
la scelte di ogni giorno. Per quanto riguarda
Sepúlveda, pensiamo che già la scelta di uno stile
letterario come quello romanzesco sia una forma
di autoinganno della realtà con la quale l'autore
fa vivere la storia che ben conosce a personaggi
esterni, magari inventati, diversi da se stesso
ma allo stesso tempo rappresentativi di categorie
sociali che fanno o hanno fatto quella storia.
Sepúlveda avrebbe potuto di certo fare un articolo
giornalistico, come ne ha effettivamente pubblicati,
o addirittura un saggio, ma in questo caso ha
voluto cristallizzare la molteplicità della storia
con idealizzazioni romanzesche che, per esempio,
si ritrovano già nel titolo: un nome da torero
come epica lotta dell'uomo contro la bestia. In
"Un nome da torero" Sepúlveda fa della cronaca,
con il linguaggio del romanzo. È evidente che
Sepúlveda sia uno scrittore ed un uomo molto disilluso
e disincantato, ma è come se egli scrivesse romanzi
un po' per esorcizzare i suoi ricordi peggiori,
le sue paure e le sue delusioni; confrontandosi
con loro, mantenendoli vivi e soprattutto parlandone
ad altri con toni quasi fantastici. L'autoinganno
di Sepúlveda è probabilmente un mezzo per diminuire
il dolore dell'essere un protagonista scomodo
di una storia che gli è familiare. Ciò si ritrova,
ad esempio, nell'alternanza dello stile letterario;
Sepúlveda scrive in maniera impersonale, ma ogni
suo personaggio ha un proprio io narrante. C'è
in ogni suo romanzo un velato o esplicito riferimento
a se stesso, forse per rammentarsi che niente
è, o è stato, fantasia e che soprattutto lo ha
cambiato nel profondo per sempre "…mi hanno consegnato
una copia del tuo fascicolo (…) Belmonte. Molto
interessante. Guerrigliero in Bolivia durante
l'offensiva dell'Esercito di Liberazione nel Teoponte.
Guerrigliero urbano in Cile (…), diversi attentati
terroristici durante i primi anni della resistenza
contro il regime del Generale Pinochet.(…), servizio
militare nel corpo dei commandos dell'esercito
cileno (…) ed infine guerrigliero in Nicaragua,
Brigata Simon Bolivar e comandante sandinista".
Praticamente il suo Curriculum vitæ personale.
Il processo dell'autoinganno non sembra comunque
essere un processo di facile attuazione né sempre
risolutivo o sempre vantaggioso. C'è un passo
del protagonista del libro, Juan Belmonte, nel
quale egli immagina di parlare con la propria
compagna e, rassegnato, dice "…Perché ci hanno
vinto, amore mio; ci hanno vinto alla grande,
con olimpico disprezzo. Senza lasciarci nemmeno
la consolazione di credere che avevamo perduto
lottando per la migliore delle cause" È il caso
stavolta, in cui la stanchezza di un uomo è tale
che egli non ha neppure la forza di ingannare
se stessi. È forse questo il fascino più grande
di Sepúlveda. Il fascino di chi parlando dei più
incredibili eventi delle società umane, le rivoluzioni,
e parlando contemporaneamente delle due grandi
forze che le caratterizzano: la struttura dell'ordine
costituito ed il movimento del cambiamento; parla
contemporaneamente delle persone che formano quei
vari e mutevoli leviatani che invariabilmente
sono le società umane; facendo vedere le convinzioni
di ognuno e facendo vedere gli autoinganni cui
ogni parte si sottopone. È, secondo noi, estremamente
interessante notare quali sono le citazioni che
Sepúlveda pone all'inizio di ognuna delle tre
parti che formano il suo romanzo. Con la prima
citazione, di Haroldo Conti, si apre la parte
del libro in cui le storie dei personaggi prendono
forma e si delineano i sentieri dei loro destini;
la citazione è "Prima o poi la vita mi si metterà
davanti e io balzerò per strada. Come un leone"
. La seconda citazione è di Rolo Diez: "Vivere
intensamente compensa ogni sforzo e quasi ogni
sacrificio. Vivere a metà è sempre stata la funzione
ed il castigo dei mediocri" . La terza citazione,
infine, che apre la parte finale del testo, quella
in cui ogni cerchio si stringe fino a che tutto
termina è: "… perché solo agli sciocchi avrebbe
potuto importare di qualcosa che non fosse l'arte
di sopravvivere" di Macio Souza. Tre citazioni
che potrebbero da sole ben descrivere una vita.
Tre citazioni che, in apertura dei vari capitoli,
sono ottimi spunti per l'approccio a quelle cose
dette autoinganni che per ognuno non sono altro
che le scintille grazie alle quali, di volta in
volta, ogni vita si riaccende; ed il motore di
quei processi che altro non sono se non che le
sfumature dal giacere all'agire.
PARTE TERZA
Il gioco dell'autoinganno
in Sepúlveda e nelle sue storie è qualcosa che
da un lato sembra essere pressoché assente, grazie
alla convinzione dei personaggi, alla forza delle
loro idee e certamente del loro autore; da un
altro lato, viceversa, l'autoinganno è un motore
in continuo movimento. Si tratta, a mio parere,
di un livello di interpretazione del testo molto
diverso nei due casi. Si può leggere un libro
di Sepúlveda notando appunto la forza, o meglio
la consistenza dei vari personaggi, in relazione
alle loro posizioni relative agli altri personaggi
oppure alle varie situazioni ambientali e sociali;
ma si può anche leggerlo, leggendo ogni personaggio
come fosse solo quello e senza nessun altro. Voglio
dire che, secondo, le sfumature e gli autoinganni
di ognuno, personaggio romanzesco o uomo reale
che questo sia, diventano molto più lampanti e
chiari nel momento in cui ognuno venga visto non
come facente parte di una collettività ma come
singolo essere umano. Ha un fascino notevole il
notare come la più forte convinzione, la più ardua
posizione, possano smontarsi al primo alito d'un
vento diverso. È molto interessante notare anche
come ogni convinzione sia solo in parte frutto
di valutazioni oggettive della realtà (al singolare
per non negare l'unicità dell'essenza) ma anche,
in parte forse minima ma essenziale, di pure assunzioni
soggettive e di opinioni che sono la base del
nostro proprio modus vivendi. Questa bassa densità,
questa quasi aleatorietà della coscienza umana
non è certo una scoperta nuova, ma certo è estremamente
interessante approfondirne la contestualizzazione.
Alla fin fine sempre ed un po' tutti stiamo come
le foglie sugli alberi ed è proprio la nostra
fragilità, tipica, a mio modo di vedere, dell'essere
umano e della coscienza da parte di quest'ultimo
di essere tale, che ci porta in maniera così naturale
da non farcene neppure rendere conto a scegliere
adottando dei processi di autoinganno. È dal punto
di vista di puramente umanistico e puramente emotivo,
nient'altro che un rimediare a delle nostre fragilità;
spesso questi processi sono, seppur silenziosi,
diffidi ed allora il prezzo da pagare è la nostra
tipica inerzia emozionale, poi anche sociale e
politica. Da un punto di vista più sistematico
più filosofico e più scientifico è poi la grande
scoperta dei limiti umani. È l'indecidibilità
tipica della logica umana (che non è mai a due
valori come credeva Aristotele), è la nostra incapacità
di capire la realtà profonda, la disperazione
di Borges. È l'incompletezza dei nostri linguaggi,
e penso a Gödel, a Tarskij, al vano "Noi dobbiamo
sapere!? Noi sapremo" di Russel; è l'inadattabilità
completa all'ambiente ed alle situazioni, è, in
ultima analisi la vacuità dei poteri dell'intelletto
umano nei tentativi continui di tutto comprendere;
ed è infine e forse nient'altro che un riflesso
dell'asintotica mente di un'inconoscibile Dio.
Il poema visuale e lo sperimentalismo.
La transitività del vedere-leggere
di Hugo Pontes
(Traduzione di Angelo Manitta)
È chiaro che non
è facile accettare situazioni nuove o concetti
o vesti nuove per antiche abitudini che si rifanno
alla storia peculiare dell’uomo e alla sua necessità
di comunicare con i suoi simili. La pittura rupestre,
prima di essere pittura, prima di essere arte,
è stata una forma di comunicazione tra gli uomini,
nostri antenati, che crearono simboli grafici
per capirsi tra di loro. Le forme di comunicazione
da allora, hanno subito un’evoluzione e hanno
trasformato il mondo in un immenso villaggio diviso
da una grande massa d’acqua. Dal primo vagito
umano alla comunicazione cibernetica, l’obiettivo
è stato sempre uno solo: il desiderio di dire
qualcosa a qualcuno servendosi delle più varie
forme di scrittura. Lo scrittore francese Paul
Valéry, diceva che «la forma è una ricerca difficile».
In tutti i tempi, nella creatività letteraria,
la forma è stata una ricerca complessa per coloro
che ne hanno fatto uso nella creatività e nell’innovazione,
come appunto dicono i poeti “antropofagici” Gregorio
de Matos, Augusto dos Anjos, Osvaldo de Andrade
e Mario de Andrade e gli altri concretisti. Roland
Barthes nel “Grado zero della scrittura” afferma
che l’innovazione ha sempre ottenuto «nell’evoluzione
formale la costituzione del segno e la proprietà
di corporazione». E ancora Barthes dice: «La moltiplicazione
delle scritture è un fatto moderno che obbliga
lo scrittore ad una scelta, che fa della forma
l’elemento conduttore e suscita un’etica della
scrittura». Molte potrebbero essere le rivoluzioni
formali, ma nessuna è stata tanto incisiva quanto
quelle intraprese dal movimento modernista. Dal
modernismo deriva quello che oggi è forma e sperimentalismo:
“Il poema visuale.” Perché, infatti, non unire
le immagini alle parole, se la parola già è, da
sola, immagine? Convenzionale, è vero, in quanto
ad essa siamo profondamente legati. Unire parole
e immagini non è un privilegio del poema visuale.
La pittura, modernamente, ormai lo fa dal momento
in cui questa pratica plastica è penetrata nei
pittori primitivisti. Secondo un proverbio cinese
«L’immagine vale più che mille parole».
I
nostri antenati ci hanno tramandato la loro storia
sulle rocce delle caverne, attraverso un linguaggio
ingenuo, ma pieno di metafore. L’immagine attrae.
Perché un film conquista le persone? Quale magia
avvince il telespettatore davanti ad una TV o
attacca un adolescente per ore ad un computer?
Senza dubbio l’immagine attrae. “Il poema visuale”
riflette l’immagine poetica dell’esistenza e del
mondo. Fotografa ciò che pensa il poeta. Vedere
è il migliore rimedio. E la prima lettura che
facciamo del mondo, è la lettura del mondo delle
immagini. Leggere è un aspetto culturale, un processo
educativo. È una necessità di sopravvivenza sociale
attraverso la scuola. Vedere è naturale. Leggere
è un tirocinio formale. Vede(legge)re trova la
sua sintesi nel “Poema visuale”, e questo non
è sorto per caso. Esso è, senza dubbio, frutto
dell’evoluzione delle diverse correnti letterarie
che, a lungo andare, procureranno un modo nuovo
di leggere ed esprimere il mondo, senza cui il
foglio di carta rimarrebbe bianco, o piagato,
senza comunicare niente a nessuno. Questo lo può
testimoniare colui che viaggia e conosce appena
la propria lingua d’origine. Egli, andando per
il mondo, si accorgerà che, a dispetto delle barriere
linguistiche, non avrà alcun problema ad attraversarlo.
E questo perché l’umanità parla soprattutto con
gesti, segni ed espressioni fisiche. Si serve
di figure, disegni e simboli ed altri vari ritrovati
visuali.
Il
mondo e il suo immenso orizzonte offrono al viaggiatore
l’opportunità di proseguire. All’artista, come
viaggiatore e osservatore sensitivo, tocca riflettere,
ardire e sperimentare le tendenze della comunicazione
e incorporarle alla sua arte. Andare avanti è
collocare il poema in una continua evoluzione.
Questa evoluzione, come dice il poeta Márcio Almeida,
è uniVEDERsalizzante, senza paraocchi didattici,
è un esprimersi in evoluzione, stabilendo l’incontro
tra il poema e il suo contenuto come tra lettore-partecipante
senza la preposizione che faccia da ponte tra
l’azione e la parola.
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